QUANDO IL LAVORO È UNA CONQUISTA

La storia di Sergio in Chiesi: dal disagio psichico al coronamento di un sogno.

a cura della Redazione

Tutti dovrebbero conoscere la storia di Sergio Di Fabbio, un uomo che ha lottato per raggiungere un sogno: stare bene, avere un lavoro, sentirsi parte di questo mondo oltre ogni difficoltà. 

A diciassette anni Sergio inizia ad avere i primi sintomi di una malattia psichica molto invalidante. Fa fatica a lavorare e anche ad avere contatti con gli altri. Comincia un periodo difficilissimo. Ma questa storia ha un lieto fine. Grazie a Job Station, il progetto per l’inserimento lavorativo di persone con disagio psichico promosso dall’Associazione Progetto Itaca Parma con Fondazione Progetto Itaca e Fondazione Italiana Accentureora Sergio lavora da un anno per il Gruppo Chiesi nell’Area Risorse Umane ed è felice. 

Chiesi ha abbracciato il mio percorso e ora camminiamo insieme – racconta -. La cosa che adoro di più del mio lavoro è operare in team, forse anche perché a causa del Covid e della mia malattia mi è mancato il contatto con gli altri. In Chiesi ho incontrato Arianna Conca, la mia responsabile, una persona discreta, gentile che mi ha capito, come lo hanno fatto tutti i colleghi e le colleghe della squadra“.

Sergio è una persona consapevole, sa di non essere solo la sua malattia. Sa di aver sviluppato importanti soft skills, come l’empatia, la capacità di ascolto e di cooperazione. E alle aziende dice “Metteteci alla prova, perché siamo bravi!”


“Il progetto JobStation e l’opportunità del tirocinio in Chiesi mi hanno ridato una speranza per il futuro.

Ho la fortuna di avere avuto sempre accanto una bellissima famiglia, ma mancava un grosso pezzo, perché secondo me il lavoro è una parte importantissima dell’identità di una persona”.

Sergio

In una lettera racconta come è riuscito a voltare pagina e a scrivere un nuovo entusiasmante capitolo. 

Mi chiamo Sergio e sono tirocinante presso il Gruppo Chiesi nell’Area Risorse Umane, team Global Diversity&Inclusion and Wellbeing. Ho iniziato a luglio 2021 con le mansioni di inserimento dati/archivio dei corsi di formazione organizzati dall’azienda, compresi quelli finanziati tramite Fondimpresa. 

Per mantenermi ho iniziato a lavorare presto, avevo 20 anni, e l’ho fatto a lungo, in settori diversi tra loro e molto competitivi, con ruoli di responsabilità e anche ottimi risultati (ad esempio, per una decina di anni sono stato store manager in una catena di negozi al dettaglio).

Ad un certo punto ho capito che il disturbo di cui soffro (e l’arrivo di una figlia) mi imponeva di prendere una pausa, di avere maggiore cura di me, di scegliere un lavoro diverso. 

Mi sono fermato e sono stato meglio, ma per farlo ho dovuto abbandonare il mondo del lavoro per alcuni anni: immaginate la difficoltà di rientrarvi, a quasi 45 anni, nella situazione economica generale in cui siamo, non volendo tornare nel settore della grande distribuzione… e con la necessità di nascondere il disturbo di cui soffro – nonostante fossi a quel punto già ben stabilizzato perché sapevo che avrebbe complicato ogni tentativo.

Non ho paura di dire che il progetto Job Station e l’opportunità del tirocinio in Chiesi mi hanno ridato una speranza per il futuro. Il mio disturbo era sotto controllo da diversi anni e ho la fortuna di avere avuto sempre accanto una bellissima famiglia, ma mancava un grosso “pezzo”, perché secondo me il lavoro è una parte importantissima dell’identità di una persona.

Questo tirocinio è per me la palestra ideale per rientrare nel mondo del lavoro: per rimettermi in gioco imparando cose nuove, gestire l’ansia che questo comporta, ridare un senso alla mia giornata strutturandola in orari regolari, ricominciare a tessere relazioni umane, riacquisire fiducia in me stesso. Proprio come in una palestra, dove la paura di sbagliare c’è ma non ti paralizza, perché se succede sai che non ti farai troppo male e che sei circondato da persone che ti aiuteranno. Questa ultima cosa è importantissima: appena si entra a far parte di Progetto Itaca si sente un’aria bellissima, un’aria di famiglia, in cui è davvero difficile sentirsi soli, abbandonati a sé stessi davanti alle difficoltà; e anche le relazioni con l’azienda sono buonissime. Forse anche perché per la prima volta gioco a carte scoperte, non mi devo nascondere. Il fatto che il datore di lavoro sia al corrente del mio disturbo, che condivida con me una visione delle cose per cui io non sono il mio disturbo, e che sia adeguatamente preparato/supportato nel gestire eventuali problemi che potrebbero nascere… mi toglie un enorme peso dalle spalle, mi fa sentire libero di dare il meglio. Via le zavorre, mi sento libero di dimostrare quello che so fare!

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Author: administer