NEURODIVERSITÀ

L’inclusione secondo Findomestic

di Simona Piva

Prima di iniziare a scrivere questo articolo mi sono documentata e ho cercato il significato del termine “neurodiversità”: questa parola, ancora sconosciuta a tant*, è stata coniata dalla sociologa australiana Judy Singer ed è comparsa per la prima volta in un articolo, pubblicato alla fine degli anni 90, sulla rivista inglese The Atlantic.

La Singer, donna Asperger con una figlia nello spettro autistico lieve, è uno dei tanti genitori che hanno contribuito ad avvicinare noi profani all’autismo. Sono infatti moltissime le famiglie che hanno consentito il progresso della ricerca e la diffusione della conoscenza in questo ambito. Il termine neurodiversità ha dato l’opportunità di sdoganare l’autismo, così come altri disturbi psichici, dal concetto di patologia; infatti dopo il lavoro della sociologa australiana si è potuto cominciare a considerare lo sviluppo neurologico atipico come una variazione naturale del cervello umano e non come una malattia. Questo nuovo approccio è stato senza dubbio fondamentale per aprire la strada ad una nuova concezione dei diversi modi espressivi dell’esistenza, e di conseguenza, anche dei sistemi volti ad accogliere e considerare gli individui e le loro esigenze.

Con il nuovo costrutto possiamo oggi far riferimento a tutte quelle condizioni che rientrano in un quadro di neurodivergenza, cioè di allontanamento dalla condizione più comune e più frequente in natura che è quella neurotipica: autismo e sindrome di Asperger, Alto Potenziale cognitivo, il Deficit di Attenzione e Iperattività, le Difficoltà di Apprendimento (DSA), la sindrome di Tourette. Benché siano passati molti anni, il termine neurodiversità o neuroatipicità è ancora poco conosciuto: ecco perché è importante che se ne parli di più, comprese le esigenze degli individui che manifestano una forma diversa di apprendimento e di elaborazione dell’informazione sensoriale.


Il termine neurodiversità o neuroatipicità è ancora poco conosciuto: ecco perché è importante che se ne parli di più, comprese le esigenze degli individui che manifestano una forma diversa di apprendimento e di elaborazione dell’informazione sensoriale.


In Findomestic abbiamo iniziato ad approcciare il tema attraverso il percorso dedicato alle disabilità invisibili. Durante un workshop a Parigi, in cui ogni partecipante doveva interpretare, all’insaputa dell’altro, una disabilità visibile o invisibile all’interno di una brigata di cucina, mi sono resa conto di quanto sia difficile affrontare lo stigma e il pregiudizio, spesso inconscio, di chi non conosce la condizione psico-fisica dell’altro. Io stessa, pur all’interno di una finzione, mi sono sentita profondamente a disagio nell’affrontare lo sguardo di disappunto o di morbosa curiosità dei colleghi che non comprendevano che cosa mi stesse accadendo. Ho voluto riprodurre, non senza fatica (in Italia nessun fornitore aveva mai affrontato un percorso simile), questi workshop all’interno della mia azienda e i risultati sono stati sorprendenti in quanto i colleghi si sono trovati a “sbattere la faccia” contro i propri stigmi, le proprie paure verso il diverso, la propria non conoscenza. 

Abbiamo proseguito il percorso continuando ad approfondire la neurodiversità, affrontandola sotto diversi aspetti: come disabilità più o meno invisibile, vista dal punto di vista del genitore, grazie alle generose testimonianze dei colleghi che la vivono in prima persona, come difficoltà nell’affrontare la vita quotidiana a causa di un tessuto economico e sociale che non agevola e non supporta a sufficienza i nuclei familiari, nel momento dell’ingresso nel mondo della scuola e nel mondo del lavoro…

Interessantissima e sempre graditissima è la presenza tra i nostri ospiti di Alberto Balestrazzi, CEO di Auticon e di Alice Nova, psicologa di Auticon: è meraviglioso ascoltare le loro parole, la delicatezza e l’entusiasmo con cui parlano dei ragazzi che introducono, con grande successo ed efficacia, all’interno delle realtà aziendali presentando anche le difficoltà, risolvibili quando non mancano convinzione e volontà. Una strada replicabile da ciascuno di noi a fronte di una preventiva preparazione interna a livello organizzativo e culturale e una grande volontà di creare vera inclusione. Ho terminato da pochissimo un interessantissimo corso sul Disability Management che prevede l’inserimento in tirocinio di una persona con neurodiversità: non vedo l’ora di conoscerla e di accoglierla al nostro interno, convinta che sarà un’esperienza di grande valore per lui/lei e per tutti noi. 

Durante la pandemia sono emerse difficoltà da parte dei manager nella gestione da remoto di alcuni colleghi; abbiamo ritenuto opportuno farci affiancare da una psicologa che potesse indirizzare al meglio i responsabili limitando i disagi che inevitabilmente si erano manifestati. Anche questa esperienza ci ha aiutato a comprendere il grande valore della conoscenza e della consapevolezza: se indirizzati, guidati e supportati possiamo abbattere tutte le barriere e lavorare sulla vera integrazione. Due settimane fa abbiamo trascorso un’intera giornata con un gruppo di responsabili che gestiscono alcuni colleghi con neurodiversità: attraverso varie attività di team building ma soprattutto, tramite il confronto e l’ascolto reciproco, sotto la guida di una psicologa e psicoterapeuta, abbiamo compreso che, insieme, si possono superare ostacoli e difficoltà apparentemente insormontabili. Questa è la prima tappa di un percorso che si articolerà in varie fasi coinvolgendo manager e team. Insieme tutto è possibile.


Simona Piva, Diversity & People Care Officer e progetti trasversali

Spread inclusion all around the globe

Author: administer