NEURODIVERSITÀ: PARLIAMONE!

di Antonia del Vecchio

Parlare di diversità non è mai semplice. Parlare di neurodiversità non lo è ancora di più: dietro questo termine si nasconde un mondo ancora poco conosciuto. Molti pensano che essere neurodiversi significhi avere una “malattia”, ma non è così. Come esistono persone con gli occhi azzurri o marroni, così esistono persone che pensano e agiscono in maniera differente da quella definita normale per convenzione. Quindi provare a curare una persona autistica equivale a non rispettare la sua unicità. Sarebbe come predisporre una cura per avere un mondo di persone con gli occhi marroni. Ne parliamo con Domenica Berta, psicologa e Sr Hr Consultant S&you.

Domenica, perché ti sei interessata alla neurodiversità?

Si tratta di un universo ampio: una grande variabilità contraddistingue i sistemi nervosi di tutti noi, ma circa il 20% della popolazione è neurodiversa. Ho maturato una certa conoscenza sul tema dello spettro autistico, costruita attraverso letture, seminari ed esperienze personali, che mi hanno segnata e cambiata.

Come ti hanno cambiata le esperienze personali?

Avere a cuore qualcuno che rientra nello spettro vuol dire interrogarsi ogni giorno sul labile concetto di “normalità” e provare a stabilire e mantenere un ponte percorribile in entrambe le direzioni. Serve un ponte tra i due mondi, che dovrebbe essere maggiormente sostenuto da parte del SSN e della scuola.

Ci fai qualche esempio?

In Italia esiste un documento ufficiale approvato dal Consiglio dei Ministri (datato 2012 ed aggiornato nel 2018) per la programmazione, riorganizzazione e potenziamento dei modelli assistenziali e dei servizi sociosanitari rivolti a persone autistiche. Tuttavia, le Regioni ed addirittura le singole ASST hanno ampia discrezionalità nell’applicazione di tali linee guida, con servizi che talora sono ridotti all’osso e percorsi terapeutici ed abilitanti, fondamentali per promuovere l’autonomia e l’integrazione, che vengono lasciati pressoché totalmente all’iniziativa ed alle finanze dei privati cittadini.

Per quanto riguarda la scuola, spesso non vi è una formazione adeguata del personale. I singoli insegnanti ed educatori possono certamente fare la differenza ma sembrano mancare basi solide e comuni affinché bambini e bambine possano avere pieno accesso al percorso di apprendimento.


“Le persone hanno così paura della varietà che cercano di far rientrare tutto in una scatolina, con etichette specifiche”

R. King, 2014

Questa che ci descrivi è la situazione in Italia, mentre all’estero cosa succede?

Nel Regno Unito gli interventi psicoeducativi possono avvenire all’interno della scuola stessa, con il vantaggio di evidenziare come non si tratti di “normalizzare” il comportamento o le modalità comunicative dello studente nello spettro, quanto di creare conoscenza condivisa e mettere in comunicazione lo stile cosiddetto “neurotipico” e la moltitudine di stili neurodivergenti.

Come migliorare le cose in Italia?

È fondamentale lavorare in modo sinergico alla costruzione di ponti il più possibile solidi e bidirezionali, che favoriscano la comunicazione e la comprensione reciproca, tenendo ovviamente anche conto del livello di compromissione e delle specificità individuali.

Le cose si complicano per le persone neurodiverse adulte che si affacciano al mondo del lavoro. I dati ci dicono che solo il 10% degli over 20 è occupato (fonte Anfass).

Molti talenti vengono esclusi dalle aziende perché queste non sono adeguatamente preparate sul tema. Non si conoscono infatti ancora le molteplici potenzialità che una persona neurodivergente porta con sé.

Negli ultimi tempi la richiesta è aumentata nel settore IT dove sicuramente parte delle persone autistiche sono molto performanti. Ma se è vero che nessuno è uguale ad un altro, così è vero che esistono persone autistiche diverse tra loro.

Ci sono persone con una spiccata attitudine alla matematica, alla tecnologia, alla musica, alle arti, ma anche con eccellente capacità di concentrazione, specialmente nelle attività preferite.

Se ci si sofferma solo sulle “apparenze” sulle false credenze, si perdono infinite opportunità.

Quando nel mio lavoro di Disability manager sono stata incaricata di occuparmi dell’inserimento di una risorsa rientrante nella fattispecie della legge 68/99, più volte mi è stato anche chiesto di progettare una formazione per la persona in ingresso. Ma tutte le volte ho spiegato che, per avere successo un inserimento, la formazione dev’essere rivolta all’intera squadra che accoglie la risorsa.

“Il tutto è più della somma delle sue parti” (Psicologia della Gestalt, 1890): un team deve saper amalgamare le risorse e promuovere i talenti dei singoli in un’unica soluzione. Questa è la strategia vincente.


Antonia Del Vecchio, 1981, Diversity &Inclusion Manager at Synergie Italia, Psicologa & Psicoterapeuta

Domenica Berta, 1979, Psicologa e Sr Hr Consultant S&you

Spread inclusion all around the globe

Author: administer