NINO MONTELEONE

di Valentina Dolciotti

Il piccolo principe non rinunciava mai a una domanda che aveva fatto. […]

– Ho anche un fiore –.

– Noi non annotiamo i fiori –, disse il geografo.

– Perché? Sono la cosa più bella –.

– Perché i fiori sono effimeri –.

– Che cosa vuol dire effimero? -.

– Le geografie – disse il geografo – sono i libri più preziosi fra tutti i libri. Non passano mai di moda. È molto raro che una montagna cambi di posto. È molto raso che un oceano si prosciughi. Noi descriviamo delle cose eterne. –

– Ma i vulcani spenti si possono risvegliare – interruppe il piccolo principe. – Che cosa vuol dire effimero? –

– Che i vulcani siano spenti o in azione, è lo stesso per noi – disse il geografo. – Quello che conta per noi è il monte, lui non cambia -.

– Ma che cosa vuol dire effimero? – ripeté il piccolo principe che in vita sua non aveva mai rinunciato a una domanda una volta che l’aveva fatta.

– Vuol dire che è minacciato di scomparire in un tempo breve -.

– Il mio fiore è destinato a scomparire presto? –

– Certamente -.

Questo dialogo evoca così tanto… la purezza dei bambin*; la noncuranza (talvolta) degli adulti e il nostro essere sempre presi da “cose più serie”; fa pensare – ancora una volta – a quanto siano importanti le parole che scegliamo e, non ultimo, mi fa pensare a Nino.

E per raccontare di Nino potrei partire dall’inizio, come spesso si usa.

Dirvi di quando, nel 2018, ho incontrato per la prima volta sua madre, Sabrina Paravicini (nota attrice, registra, scrittrice) per un veloce aperitivo nella hall di un hotel. Fino a quel momento ci eravamo solo scritte tramite email, ma finalmente ero a Roma per lavoro e Sabrina a Roma ci vive… così abbiamo combinato, come si suol dire.

Era novembre 2018, stava per uscire il docufilm Be Kind – Un viaggio gentile all’interno della diversità, che Sabrina stessa aveva prodotto e diretto insieme al figlio, Nino, che a quel tempo aveva 12 anni e di cui non sapevo nulla.

Fino a quel momento, infatti, Sabrina non aveva condiviso con il mondo l’unicità del suo bambino.

Il documentario non era ancora nelle sale, ma era in programma una proiezione a porte chiuse presso l’Università di Bergamo e ci accordammo per recensirlo in anteprima su DiverCity.

Nino Monteleone

Da lì in avanti molte cose sono successe.

Il documentario è uscito ed era bellissimo; e il mondo ha conosciuto Nino per la prima volta. E anche Nino era bellissimo.

Sabrina si è ammalata e ha intrapreso un viaggio nuovo attraverso il dolore e il riscatto, la paura e la forza, e ha scelto di condividerlo sui social prima, in un libro poi, permettendo a tantissime persone di ritrovarsi nelle parole, nelle immagini e nei sentimenti che raccontavano la sua esperienza, così intima e universale allo stesso tempo.

E Nino c’era, presente, costante, attento.

– Noi siamo i testimoni del cancro – ha recentemente detto a un’amica di Sabrina il cui compagno è stato attraversato da un tumore.

Sabrina ed io ci siamo riviste circa un anno dopo, luglio 2019, nel suo accogliente e colorato appartamento, pieno di piante e libri e poster, dove finalmente! ho conosciuto di persona Nino, che mi ha abbracciata forte sulla soglia di casa, come se fossimo stati amici da sempre.

Nino è così, diretto e senza filtri, e per questo ti si inchioda al cuore.

È stato un pomeriggio dolce, con il vento romano che soffiava dalla finestra e non troppe parole.

Rivedo Nino oggi, un ragazzo di 16 anni dagli occhi sfolgoranti, bello, curioso, affettuoso, intelligente… ed è a lui che abbiamo deciso di dedicare la copertina di questa uscita trimestrale, che parla – appunto – di intelligenza. Anzi, di intelligenze.

Nino Monteleone è nato nel 2005 e la diagnosi di spettro autistico, per la precisione Sindrome di Asperger1, è arrivata all’età di due anni e mezzo.

Ma in cosa si concretizza, oggi, questa diagnosi? E ha ancora senso, avere una diagnosi? Quanto è d’aiuto e quanto è d’intralcio? Per lui, per noi…

Provo a capirlo insieme a Nino.

– Nino grazie di questa disponibilità a essere intervistato, non è da tutt* aver voglia di parlare di sé, delle proprie fragilità e delle proprie qualità più intime. –

– Ero un po’ curioso e un po’ agitato quando mamma mi ha detto che volevi intervistarmi.–

– Lo capisco. Anche io sono curiosa e agitata! Partiamo da questo, se vuoi: quando chiacchieri con qualcuno, cosa ti mette a tuo agio e cosa ti mette a disagio?–

– Non ho grandi aspettative, in realtà – risponde Nino, con semplicità. – Vorrei che le persone interagissero con me, innanzitutto. Che si rivolgessero a me in modo diretto. –

– Non succede così? –

– Non è scontato che accada: spesso parlano solo con mamma, anche se io sono lì. Addirittura, talvolta, se io intervengo cambiano argomento e tornano a rivolgersi a lei. E a me verrebbe da dire loro: Ehi! Sono qui! Fermatevi, guardatemi. Sono qui. –

Ecco, è successo. Stiamo chiacchierando da pochi minuti ed è già successo: come un fulmine a ciel sereno Nino ha centrato la questione. E questa è una sua caratteristica peculiare e quasi esclusiva: andare dritto al cuore delle conversazioni. Non mena il can per l’aia, come si usa dire.

La consueta e tautologica buona conversazione, al contrario, ci insegna a percorrere lunghi e retorici giri di parole per esprimere un concetto e per non arrivare, spesso, da nessuna parte.

Perciò parlare con Nino, a volte, destabilizza.

– E come mai la gente fa così? – gli domando.

– Non so, forse dico cose non interessanti…-

– O forse le persone non sono preparate a risponderti!- interviene Sabrina. Cuore di madre? No, non solo: ho pensato la stessa cosa: la voglia di mettersi in discussione non è scontata, soprattutto chiacchierando con qualcun* più piccolo di noi ma che si dimostra così maturo.

Sabrina mi racconta che Nino legge tantissimo, padroneggia parecchie nozioni per la sua giovane età, si interessa di filosofia, di storia, di arte (NB: inizia ora il terzo anno di liceo artistico dove studia arti figurative/pittoriche) ed è molto apprezzato dagli insegnati ma, allo stesso tempo, queste sue passioni non sono – per ora – sufficienti a creare legami profondi con i pari.

– Con i ragazzi e le ragazze della tua età, come va? –

– Non ho amici veri, non ne ho nessuno. O meglio, ultimamente vado molto d’accordo con un’altra ragazza. È autistica anche lei. –

Credo sia difficile per voi quanto per me credere che questo ragazzo d’oro – che a soli 12 anni è stato in grado di gestire insieme a Sabrina la regia di un documentario bellissimo, (e se non avete ancora visto BE KIND, va visto, niente scuse!), intervistando persone così differenti con tali delicatezza e profondità allo stesso tempo – …non abbia amici.

Eppure è la realtà di oggi e ci aiuta, forse, a comprendere quanta strada vada ancora fatta per riuscire ad accoglierci veramente l’un l’altra.

L’intento di questa conversazione con Nino, forse di questo intero numero di DiverCity, non è spiegare cose significhi essere una persona che appartiene allo spettro in toto la neuro diversità né tantomeno stilare un quadro clinico delle caratteristiche che esserlo comporta.

Il tentativo, invece, è quello di interpellare i diretti interessati. È quello di andare a chiedere a chi lo vive in prima persona cosa significhi, cercare di sospendere il nostro parere, necessariamente inesperto, e mettersi in ascolto.

Troppe volte con quelle che sono (ad ampio raggio) considerati disturbo dello sviluppo, ci siamo tutte e tutti improvvisati esperti e intenditori. E ne è la dimostrazione, banale, che anche le terminologie e le parole per riferirsi a queste persone continuano a modificarsi nel tempo, negli ultimi anni sempre di più: voglio leggere questi cambiamenti come la messa in discussione del pensiero mainstream (che come sappiamo è tendenzialmente abilista, etero, maschilista, di pelle bianca e di mezza età) e un tentativo per meglio comprendere ciò che, fino ad oggi, è stato solo classificato con grande minuzia, ma mai realmente compreso.

Del resto non esistono caratteristiche rigide e univoche, uguali per tutt*, che possano descrivere una persona autistica, perché tanto dipende dal carattere dell’individuo stesso, dalle condizioni culturali e sociali in cui cresce, dalle persone che ha accanto, dagli studi che ha fatto, da come si auto percepisce e da come gli altri/le altre lo percepiscono.

Sabrina mi ha fatto notare che, da dizionario, tra le definizioni di normale c’è addirittura “non eccezionale”. E questo dà parecchio da pensare!

Nino si è reso disponibile a chiacchierare con me senza saperne il motivo. Nino si è aperto, con un po’ di timidezza e titubanza iniziale, ma regalandomi piano piano un po’ di sé, ed è stato così piacevole! Che sia questo il piccolo segreto per interfacciarsi con l’altro/a, chiunque sia? Non identificarlo subito, tassativamente e definitivamente, con la loro diversità bensì approfondire, chiedere, scoprire, stupirsi, stare zitti e cercare di capire chi c’è davanti a noi?

È da incoscienti non aver paura –

Le cose cambiano –

È impossibile non dubitare. Chi è intelligente si fa molte domande su di sé –

La presunzione porta sulla cattiva strada; non pensare di avere successo ci toglie la presunzione –

È buona educazione dire la verità –

Queste sono solo alcune delle perle che Nino regala mentre si ha il privilegio di chiacchierare con lui.

Parte della sua bellezza scaturisce, io credo, anche dalla madre che ha accanto: una donna estremamente forte e gentile che ha reso Nino stesso un ragazzo forte e gentile. Pacato, riflessivo, talvolta timido, Nino non lascia mai “cadere” nulla, ascolta e processa ogni parola che viene detta; se un concetto non è chiaro domanda – In che senso? – in uno scambio che può andare avanti all’infinito, in una conversazione perenne.

Nino prende sul serio ogni domanda che gli viene posta, ogni sollecitazione che arriva; è estremamente perspicace, curioso, e ignora completamente cosa sia una risposta superficiale. Va a fondo, sempre, in ogni discorso.

Nino è, non si mostra. Decisamente in controtendenza per gli anni che viviamo, no?

– E tu credi, tu che i fiori… –

– Ma no! Ma no! Non credo niente! Ho risposto una cosa qualsiasi. Mi occupo di cose serie, io! –

– Di cose serie! Io conosco un pianeta su cui c’è un signor Chermisi. Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella. Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni. E tutto il giorno ripete come te Io sono un uomo serio! E si gonfia di orgoglio. Ma non è un uomo, è un fungo! –

– Che cosa? –

– Un fungo! –

Il piccolo principe adesso era bianco di collera.

– Da migliaia di anni i fiori fabbricano le spine. Da migliaia di anni le pecore mangiano i fiori. E non è una cosa seria cercare di capire perché i fiori si danno tanto da fare per fabbricarsi delle spine che non servono a niente? Non è importante la guerra tra le pecore e i fiori? E se io conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessun’altra parte, e che una piccola pecora può distruggere di colpo, così un mattino, senza rendersi conto di quello che fa, non è importante questo?!! –


1 Le rivelazioni sul pediatra austriaco Hans Asperger, a lungo riconosciuto come un pioniere nello studio dell’autismo, ma che sotto il Terzo Reich ha collaborato all’uccisione di bambini e bambine con disabilità, stanno sollevando un dibattito tra le persone nello spettro autistico, le loro famiglie, i/le ricercatori/trici sull’opportunità di abbandonare l’etichetta diagnostica “sindrome di Asperger”. Quindi all’interno dell’articolo non lo utilizzeremo più.

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Author: administer