TABLEAUX

ROVINA COME PROMESSA. QUANDO L’INCOMPIUTO DIVENTA UNO STILE

di Gianluca Cabula

Che la rovina fosse un’allegoria nel campo del- le cose, fu già Walter Benjamin a notarlo. Col suo resistere alle ingiurie del tempo, la rovina è un’ancora, una sentinella, una custode di emozioni collettive, e in questo senso costituisce una forma di identità. Se da una parte racconta della nostra vulnerabilità umana, dall’altra è un baluardo contro il fluire del tempo e quindi anche una forma di rigenerazione. Perché la rovina arriva dove l’edificio intatto non arriverebbe: a stimolare il pensiero al di là del visibile, svelando una nuova anatomia delle cose. Certo la rovina è anche metafora del nostro limite, di una totalità perduta, di un’incompletezza radicale: potremmo dire, con Chandra Candiani, di un immenso non-sapere. Proprio per questo il pensiero cristiano vedeva la bellezza solo nell’integrità e nella compiutezza, nella totalità della forma: l’unità è attributo di dio.

Fu il Rinascimento a riscoprire la potenza vitale del frammento, non fine di una civiltà ma desiderio di rinascita, vestigia di un tempo passato in grado di restituire al presente una grandiosità perduta. L’arte capì che la rovina può trasfigurare un contesto, può renderlo eroico e sublime: per questo Hubert Robert – detto “Robert des Ruines” tanto amava il soggetto – immaginava la Grand Galerie del Louvre come una rovina futura, elevandola così al rango delle rovine romane, mentre Piranesi si spingeva ancora più in là, con visioni estreme e trasognate che trasformavano la rovina in utopia. Esistono nell’arte “rovine anticipate” quindi, ma anche “rovine artificiali”, rovine che nascono rovine, per quanto possa sembrare una contraddizione in termini: per esempio quelle che gli architetti del Settecento raccomandavano di inserire nei giardini come elementi architettonici, perché aprissero all’immaginazione dei visitatori “percorsi” raffinati e inattesi.

È proprio in questa prospettiva di “rovine artificiali”, di opere che non cadono in rovina ma “sorgono in rovina”, che Alterazioni Video e Fosbury Architecture hanno riletto le tante opere pubbliche incompiute della nostra penisola, invariabilmente sottoprodotti della malagestione e della cattiva politica. Sottraendole, per una volta, allo sguardo sanzionatorio con cui pure legittimamente le osserviamo per considerarle, finalmente, opere d’arte. Un approccio provocatorio, non connivente ma “pacificato”, direbbe Simmel, che prende atto dell’ “Incompiuto” – titolo del loro magistrale lavoro del 2018 – come linguaggio estetico del paesaggio italiano e come più importante stile architettonico dal dopoguerra a oggi. Nel paese per eccellenza delle rovine, assistiamo a una nuova fenomenologia: quella di un’architettura senza utilità, priva di scopo, un “monumento aperto all’immaginazione”. Come tutte le rovine da contemplare, in cerca di significati ulteriori. Quali?

Cosa sono una fabbrica senza operai, un ospedale senza malati, l’università senza studenti? Fallimenti del progresso, si dirà. D’accordo: ma il fallimento dell’esecuzione non equivale al fallimento del progetto. Questi resti, solidificazioni di un cemento liquido, non conservano, dopotutto, un contenuto di rêverie? Non sono forse anche auspici di comunità, di inclusione, di una convivenza più funzionale, più densa, più creativa?

È Marc Augé a spiegarlo, in una magnifica introduzione: “ (…) una scuola, uno stadio, una piscina olimpionica, una cattedrale perfino, complessi architettonici concepiti come innovativi, potenti e imponenti propongono il quadro estetico di una vita sociale ripensata. Si potrebbe certamente ironizzare sull’incapacità dei decisori e dei responsabili di portare a termine una sola di queste ambizioni. Si potrebbero anche esaminare a uno a uno questi abbozzi, alcuni dei quali non erano così lontani dal buon esito. Si può infine pensare all’insieme che essi avrebbero costituito se fossero stati tutti completati, preludio di città radiose in cui tutto, forse, avrebbe trovato posto. Si dirà allora che quei grandi progetti, come i “grandi racconti” del XIX secolo evocati dal filosofo Jean François Lyotard, sono arrivati troppo presto in un mondo che non era pronto ad accoglierli, che non hanno superato la prova della storia, e che questo spiega i sentimenti misti di speranza, nostalgia e malinconia che ispirano chi, scoprendoli oggi, si chiede, come per gli scritti di Saint-Simon, Fourier o Karl Marx, se prefigurano ancora qualcosa di un avvenire possibile o se sono soltanto i resti grandiosi di un sogno abbandonato”.


Bibliografia

– M. Barbanera, Metamorfosi delle rovine, Milano 2013
– Alterazioni Video, Fosbury Architecture, Incompiuto: la nascita di uno Stile, Milano 2018
– G. Simmel, Die Ruine, Leipzig 1911

Spread inclusion all around the globe

Author: administer