SMART CITIES 

di Alessia Mosca

Il mondo è sempre più urbanizzato. Oggi più della metà della popolazione globale vive in città, ma secondo le stime, raggiungerà il 70% entro il 2050. Con le grandi sfide organizzative e umane che questo comporta.

Riflettendo sul tema dell’inclusione in un’ottica cittadina, per conoscenza professionale, è stata immediata l’associazione tra la situazione del sud est del mondo e il nostro Paese. Un’urbanizzazione estrema, velocissima, poco controllata se non in anni recenti e potenzialmente esplosiva, da una parte.

Lo sviluppo di sacche di povertà, altrettanto pericolose, all’interno di strutture urbane generalmente antiche, spesso incapaci di costruire o innovare un tessuto connettivo di infrastrutture e supporto sociale dall’altra.

Gli Stati ASEAN cioè l’unione di 10 nazioni dell’oriente estremo (di cui mi sono occupata prevalentemente fino a tutto il 2021 in qualità di segretario generale di Italia-ASEAN), hanno conosciuto una crescita urbana impressionante che negli ultimi anni ha risentito pesantemente dell’impatto del cambiamento climatico.

Con il susseguirsi di eventi meteorologici estremi, la già intensa migrazione dalle campagne, è andata aumentando, portandosi dietro questioni da risolvere prima di tutto in termini organizzativi.

La tecnologia è venuta in aiuto, tanto che questa zona del mondo è tra le prime nell’uso degli strumenti digitali per lo sviluppo sostenibile.

Ma nella diffusione di queste pratiche di gestione, segnalate come benefiche per i cittadini, in realtà resta molto sfocata la linea tra l’utilizzo dei dati per iniziative di implementazione locale e quello per il controllo e la sorveglianza.

Si rimarca il persistere di questioni di disuguaglianza e separazione (anche proprio di zone residenziali diverse) tra chi ha condizioni di vita al limite della sopravvivenza e chi può godere di grande ricchezza.

In Italia, se il tema delle smart cities non è paragonabile per penetrazione, diffusione o gestione dei numeri, è invece simile l’accrescersi delle disparità tra la popolazione entro i confini delle stesse città. I centri urbani diventano sempre più spesso luoghi di abbandono, sono certo attrattivi per chi cerca condizioni di vita migliore, ma conoscono per questo anche un aumento dello scollamento tra classi sociali e culturali, tra chi ha accesso o meno alle risorse educative ed economiche.

Crescono così polarizzazione, disuguaglianze, chiusure ed esclusione. Una situazione che è andata peggiorando in questi due anni, ma che in realtà vede da tempo il convivere e l’alimentarsi vicendevole di povertà economica ed educativa.

Chi può usufruire di una formazione di qualità, raggiunge livelli di istruzione più alti e quindi un’occupabilità migliore.

Chi proviene da famiglie meno scolarizzate resta facilmente senza un titolo di studio e rischia di perpetrare la sua situazione di disagio.

Vale certo in tutto il Paese, ma è più evidente nei centri urbani, idealmente, rappresentativi di maggiori opportunità e condizioni.

In questa situazione le amministrazioni locali, che dovrebbero rappresentare la prima linea di intervento nell’invertire il trend, mostrano gravi difficoltà.

Basti pensare a come per quanto si sia parlato dei limiti della DAD sull’apprendimento, poco si sia riuscito a fare a contrasto dell’analfabetismo di ritorno o dell’abbandono scolastico.

E quanto tanta della tenuta sociale (indebolita anche da una scuola dell’obbligo in molti casi carente) sia ricaduta e sia al momento retta dal terzo settore.

Esempi come Il Cielo Itinerante – di cui già si parla proprio in questo numero – che da due anni crea opportunità per ragazzi e bambini di avvicinare le materie STEM, ma anche gli oratori, le associazioni che affiancano gli studenti nel dopo scuola o permettono un accesso allo sport, intervengono laddove è chiara la fatica del settore pubblico.

Le città italiane vivono una crisi profonda non troppo diversamente, quindi, da quello che succede nel sud est asiatico. Cambiano i fattori certo, cambiano le metriche.

E proprio per questo allora fa impressione pensare che, in tema di inclusione, stiamo registrando situazioni simili a quelle di Paesi oggi considerati “in via di sviluppo”.

Spread inclusion all around the globe

Author: administer