CITTÀ E UTOPIA

Riflessioni di cittadinanza a partire da Le città del mondo di Elio Vittorini

di Nicole Riva

Italia, anni Cinquanta del secolo scorso. La Seconda Guerra Mondiale è finita da relativamente poco e lo smantellamento del regime fascista, che aveva modificato tutto l’assetto del nostro Paese, incluse l’architettura e l’urbanistica, è a un buon punto. L’Italia si rimette in piedi e punta sulla nuova edilizia, quella che crea nuove periferie e ingrandisce le città; la popolazione cresce e contemporaneamente anche la richiesta di abitazioni e la necessità di nuovi spazi urbani. È su questo sfondo che Elio Vittorini scrive Le città del mondo, pubblicato incompiuto e postumo solo nel 1969. 

Il titolo rappresenta il boom edilizio e la copertina di stampo metafisico con una Torre di De Chirico (entrambi scelti dall’editore Einaudi) non ci fanno pregustare nulla. Mentre gli occhi degli italiani sono puntati sull’espansione del triangolo industriale al Nord, Vittorini racconta il viaggio di quattro coppie (due padri e due figli diversi tra loro, i novelli sposi, una prostituta e un’aspirante tale) in un reticolo di viaggi tra le città, o forse sarebbe meglio dire cittadine, di una Sicilia ancora rurale. Mentre il Paese va avanti, la Sicilia rimane arretrata e i personaggi creano un’immensa ragnatela di passaggi attraverso il loro continuo viaggiare spesso dettato da una ricerca senza fine.

Tra le pagine viene nominata una moltitudine di città siciliane, ma due sono quelle che spiccano per la loro importanza all’interno dell’impianto narrativo: Scicli e Agira.

Scicli non è solo una città bella architettonicamente, lo è in ogni suo aspetto, tanto che uno dei protagonisti, il giovane Rosario, afferma: «La gente delle città belle era anche buona, né più né meno come la gente delle città brutte era anche cattiva. Le città belle avevano anche questo merito: di rendere la gente brava e buona». Ad Agira invece i personaggi arrivano di notte, trovano la città illuminata e «ogni persona aveva un suo lume accanto». Da un lato una Gerusalemme siciliana e dall’altro una novella Atene.

Se le descrizioni urbanistiche possono sembrare realistiche, i commenti e le impressioni dei protagonisti rimandano continuamente a un mondo di utopia che non rappresenta lo specchio della Sicilia del tempo, ma che porta inevitabilmente il lettore a una riflessione di carattere civico.

L’uomo acquista l’appellativo di “cittadino” nel momento in cui pone la propria persona in stretto contatto con l’ambiente della città. Lo stesso termine “cittadinanza”, che oltre allo stato giuridico, rappresenta anche ciò che viene insegnato per educare alla vita nella società, trae le sue radici dal rapporto tra uomo e città. Ecco allora come una frase all’apparenza ingenua come quella sulla bontà delle persone, generata dalla bellezza dell’ambiente in cui vivono, rivela quanto il luogo e il contesto siano fondamentali per la crescita del cittadino.

Non c’è bisogno di creare mondi di fantasia per averne uno migliore, bensì di investire tanto nei centri quanto nelle periferie per creare l’ambiente più adatto alla crescita personale. Ben vengano gli spazi verdi, l’attenzione verso le necessità e l’inclusione; sono investimenti che porteranno i loro benefici, ma attenzione, perché non può essere solo la bellezza a salvarci.

Agira è una città culla della democrazia e, probabilmente, è posta alla fine del libro perché ciò che i protagonisti cercano veramente con tutto il loro peregrinare è la libertà. Essere liberi non significa non avere regole: significa avere la possibilità di essere fautori del proprio destino. I personaggi del libro continuano a spostarsi perché sembra non sappiano cosa vogliono veramente. Il romanzo non ha una conclusione, non possiamo sapere se alla fine del loro viaggio hanno trovato ciò che dentro di loro stavano cercando, anche se il fatto che il titolo originale del libro dovesse essere I diritti dell’uomo ci dà un ottimo spunto di immaginazione.

Il binomio città/utopia non è una scoperta di Vittorini, il quale si inserisce in un fortunato filone che vede tra i suoi esponenti più importanti Campanella con La città del sole e More con Utopia. Di poco successive alla pubblicazione de Le città del mondo sono poi Le città invisibili (1972)di Calvino, che partendo da una cornice storico letteraria esplodono in un immenso turbinio di fantasia.

Perché la città se per molto tempo il luogo della fantasia in letteratura è stato l’arcadia? Perché non possiamo più permetterci di evadere da dove viviamo per cercare la bellezza nella natura. Il nostro impegno deve essere qui e ora.


Nicole Riva

1991, laurea magistrale in filologia moderna, professoressa di italiano, storia e geografia
nella scuola secondaria di secondo grado.

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