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Rubrica libri

LA CITTÀ FEMMINISTA.
LA LOTTA PER LO SPAZIO IN UN MONDO DISEGNATO DA UOMINI
LESLIE KERN

di Alice Pezzin

Se ci venisse chiesto qual è la caratteristica principale che dovrebbe avere una città per essere giudicata “vivibile”, di sicuro ognun* darebbe una risposta diversa, in base ai propri valori e priorità: sicura, efficiente, verde, adatta ai bambini… Probabilmente, però, poch* direbbero “inclusiva”.

Questo perché siamo abituati a considerare la città come una sorta di luogo neutro e, in un certo senso, immobile, che esiste indipendentemente dai grandi cambiamenti sociali e si pone al di sopra di essi, facendone al massimo da sfondo, ma senza mai assumere una parte attiva.

Come messo a fuoco dalla professoressa di Geografia e Ambiente Leslie Kern in questo interessante saggio (Treccani 2021, traduzione di Natascia Pennacchietti), niente si discosta più dal vero.
Offrendo le sue esperienze e il suo punto di vista parziale di donna bianca, cisgender, normodotata e occidentale, l’autrice canadese parte da un excursus storico sulla nascita di città e periferie, dimostrando come entrambe siano state create per reiterare i ruoli di genere tradizionali, basati su relazioni eterosessuali e famiglie nucleari, escludendo tutt* coloro che si ponevano al di fuori di ciò che è stato considerato sempre, e in modo arbitrario, la “norma”.

Il motivo è semplice: essendo stati storicamente gli uomini (bianchi, cisgender, normodotati e istruiti) a prendere le decisioni in ogni settore della vita pubblica, urbanistica compresa, non stupisce che le città da loro progettate li rispecchino quasi in toto, e mettano al primo posto le loro esigenze e la loro visione del mondo.


Basti pensare a un esempio banale come i bagni pubblici, quasi sempre in condizioni raccapriccianti e del tutto inadatti ad accogliere e assistere in maniera confortevole le donne che si muovono nello spazio cittadino, spesso con bambini al seguito, con più strati di vestiti da rimuovere e necessità particolari.

Per non parlare poi della sicurezza. È un dato di fatto che le donne, nella città, si sentano meno sicure rispetto agli uomini, e la paura aumenta per le esponenti di particolari categorie, come le donne trans. Di conseguenza, lo spettro della violenza urbana restringe le scelte e le opportunità delle donne e di tutt* coloro che non rientrano nell’idea standardizzata del cittadino “tipo”, portando questi individui ad avere un accesso limitato alla vita pubblica e a occupare lo spazio in modo diverso: si può decidere di non frequentare una certa area, di non rimanere fuori dopo un dato orario o di non uscire da sol*, precludendosi una fruizione della città totale e serena.

La soluzione più automatica sembrerebbe quella di aumentare la presenza di forze dell’ordine per strada e potenziare l’illuminazione pubblica. Queste proposte, logiche ma insufficienti, permettono a Kern di arrivare al punto nevralgico del libro, che non vuole solo spiegare perché la città non è a misura di donne, disabili, persone queer o minoranze etniche, ma anche e soprattutto trovare risposte. Prima di attuare qualunque provvedimento, infatti, è imperativo chiedersi se le nuove misure siano positive davvero per tutt*, quindi anche per coloro con handicap fisici e mentali, omosessuali, lavoratori e lavoratrici del sesso, neri… Più polizia per le strade, per esempio, potrebbe far sentire alcune donne più sicure ma creare maggiori difficoltà agli immigrati, già troppo spesso sottoposti a controlli sulla base di pregiudizi e disinformazione.

Il passo precedente all’intervento concreto sulla città deve essere un cambiamento nella mentalità e nella composizione della classe dirigente, in modo che chi prende le decisioni rappresenti veramente i cittadini e le cittadine che amministra.

Ecco allora che la città femminista non si delinea semplicemente come una città “per le donne”, ma una città per tutt*, in cui davvero esistano pari opportunità e venga data uguale importanza alle esigenze di chiunque, a prescindere da genere, etnia, abilità, religione e classe sociale.


Alice Pezzin

1987, traduttrice e adattatrice audiovisiva, laurea in Lingue e Letterature Straniere all’università di Bologna. Grande amore: letteratura angloamericana.

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