Pagina con vista

Bellissima di Luchino Visconti, 

con Anna Magnani e Walter Chiari, 

drammatico, Italia, 1951

Due sono i temi principali di questo film che racconta aspirazioni e vita quotidiana nei primi anni del dopoguerra: il cinema fabbrica di sogni e le grandi delusioni della piccola gente.La narrazione si apre con un concerto radiofonico in cui viene dato l’annuncio che il regista Alessandro Blasetti cerca a Roma una bambina per una parte in un film: “Una graziosa bimba italiana” recita il bando, e l’annunciatore aggiunge “per la vostra e la sua fortuna”. Il tema della bellezza che può fare felici è già posto, così come quello delle illusioni.

La scena cambia e ci troviamo a Cinecittà dove il bando ha fatto accorrere una folla di madri tra le quali la popolana Maddalena Cecconi con la figlioletta Maria, per la quale la donna sogna un’ascesa sociale, tramite una carriera di artista alla quale forse lei stessa aveva inutilmente aspirato in gioventù. Qui prima di ogni cosa, e tornerà più volte nel film, Visconti rende evidente che il cinema è innanzitutto proprio una fabbrica – dove si martella, si inchioda, si costruiscono scene e fondali – in un grande cantiere dedicato a produrre una realtà fittizia. La fabbrica di sogni, appunto. Sogni di mondi irraggiungibili e lontani dal quotidiano. Non a caso la protagonista è una spettatrice appassionata di quei film americani che nutrivano l’immaginario degli Italiani mostrando scenari lontani di praterie, fiumi, pionieri…

Riassumiamo la trama. Maddalena si imbarca in sacrifici di ogni genere, nonostante le difficoltà finanziarie per garantire alla figlia di essere scelta: fotografo, lezioni di recitazione, di ballo, parrucchiere e sarta. Attorno al cinema orbita una pletora di lavoratori e approfittatori. Maria, timida e impacciata, non mostra particolare talento, mentre il padre si scontra con la moglie perché desidera per la figlia un’infanzia tranquilla. Durante una delle audizioni a Cinecittà, Maddalena viene avvicinata da un marginale collaboratore di Blasetti che le promette raccomandazioni per la figlia in cambio di 50.000 lire; Maddalena paga la somma, il valore di una Lambretta. Poi si accorgerà di esser stata truffata, ma riterrà il tutto parte del gioco per entrare nel mondo del cinema e continuerà a contare sull’aiuto di questo simpatico “traffichino”. Non cederà però mai alle sue avances, respinte con intelligente ironia.  Quando, qualche giorno dopo il provino, la donna accompagnata dalla figlia riesce ad assistere di nascosto alla proiezione, vede che la bimba era scoppiata a piangere disperatamente, e ora suscita le risate di scherno di chi visiona la pellicola. Solo a questo punto Maddalena affronta regista e collaboratori e chiede perché ridono. Insiste furiosa che la figlia è bella e non si fa rimanere male una bambina. Allontanata dalla sala si rende conto dei suoi errori e capisce di aver preteso dalla bambina cose che la piccola non voleva né poteva fare, di aver speso inutilmente il denaro che serviva per la famiglia. Dopo aver vagato a lungo per la città, disperata, rientrando a casa trova inaspettatamente gli assistenti del regista che stanno proponendo al marito di scritturare la bambina: il soggetto del film prevedeva una bimba goffa e Maria si è rivelata adatta. Ma a quel punto Maddalena, resasi conto delle pericolose illusioni nascoste nel cinico mondo del cinema, rifiuta il cospicuo contratto. Abbandona i sogni di successo per la piccola Maria – bella agli occhi di mamma e papà e tanto basta – e si riappacifica col marito. 

È un lieto fine? 

L’ascensore sociale del successo grazie alla bellezza è una sirena che ancora oggi ha un fascino irresistibile. Concorsi di bellezza, velinaggio in abiti succinti, blog con raffiche di foto modificate da app, sono vissuti come trampolini verso la fama e la ricchezza. E i social fanno la loro parte nel veicolare immagini che fanno della bellezza un valore, ma soprattutto uno stereotipo: magrezza, gambe lunghe, occhioni, seni pronunciati. Nel film colpisce come la bimba sia amatissima eppure veicolata un po’ come un pacco postale, come tutte le bimbe iscritte alle audizioni siano agghindate e passivamente concentrate sull’obiettivo per cui sono state “caricate a molla” dalle madri, nonne e zie che le accompagnano. Maria invece nei primi minuti del film si sottrae alla madre per andare a giocare e Maddalena, affannata, la sgriderà non tanto per essersi allontanata ma per aver sporcato l’abitino. È l’unico momento del film in cui la bimba prende l’iniziativa.

Il film narra un’esaltazione e un tracollo, un’illusione e un disincanto. Visconti smonta senza pietà sia la macchina cinematografica, mostrando l’assoluta inconsistenza morale e ideale del mondo del cinema, sia le speranze di ascesa di questa popolana. Il dialogo di Maddalena con la giovane e graziosa ex-attrice che con sobria rassegnazione dichiara di lavorare nel laboratorio di montaggio perché non ha sfondato è un ammonimento perentorio dell’autore. Di lì a poco la protagonista lo capirà.

Nonostante lo svolgimento narrativo lineare il film a tratti risulta formato da piccoli episodi, dove il vero collante è il personaggio di Maddalena che in questa storia dagli accenti drammatici svetta davvero: volitiva, definita “esuberante e chiassosa, prepotente e ambiziosa, mentitrice e sensibile”. Grazie alla potente recitazione della Magnani la figura di questa donna che va sempre “de prescia”, canticchia, “si fa bella” con due colpi di spazzola, e si sposta da un condominio all’altro, da un rione all’altro per fare iniezioni a domicilio e procurarsi il denaro per contribuire al sostentamento della famiglia, ci sembra incarnare l’euforia e l’energia dell’Italia di allora, affamata e desiderosa di riscatto. 

D’altro canto Maddalena trascina la piccola da un capo all’altro della città, la tiene in collo, la affida a estranei poi la recupera, la sprona, la espone a piccole e grandi umiliazioni, la coccola, le ripete che è la “bella di mamma”, e pure ingannata e ferita provoca in noi tenerezza più che rabbia o critica. Uno splendido ritratto di donna, contraddittoria e per questo vera, che sprizza dignità da ogni poro. 

Probabilmente la “bellissima” del titolo è proprio lei, che alla fine fa coincidere la bellezza con una scelta onorevole e inaspettatamente controcorrente.

PAOLA SUARDI

1964, laureata in Lingue e Letterature Straniere con tesi su “Woody Allen e la meta narrazione”. 

A Los Angeles ha frequentato presso la University of Southern California corsi di M.A. 

in “Film and Television, critical studies”. 

Titolare dell’agenzia ALTEREGO Comunicazione e Progetti Editoriali.

Spread inclusion all around the globe

Author: administer