OFELIA

ANTICORPO

Giacomo è una persona trans, transfemminista, queer, teatrante e bergamaschia. Nel 2019 dà vita ad Anticorpo: un’azione performativa intima, pubblica e polifonica che nasce dal desiderio di portare in scena qualcosa di suo che racconti l’identità trans in forma creativa, senza che sia filtrata dallo sguardo e dalle parole di altr*. “Il mio bisogno” mi racconta “era quello di creare un racconto che andasse oltre la mia biografia. Non mi interessava portare solo la mia storia, cercavo uno spazio che raccogliesse più voci oltre la mia”. 

Anche per questo la ricerca di Anticorpo parte dalla raccolta di vocali: Giacomo decide di chiedere a diverse persone di registrare degli audio, dove condividere liberamente pensieri e riflessioni, a partire da un concetto chiave: cosa è per te il corpo? “Sono partitx esplorando la questione che, più di tutto, dall’inizio della transizione era al centro delle domande che mi venivano poste e ho scelto di porre io questa questione, di chiedere ad altr* di portare le loro esperienze.” Questa raccolta ha permesso di fare degli incontri inattesi che hanno decentrato lo sguardo, come quello con tre persone che si definiscono nazipunk, dai cui racconti emerge, oltre a uno sguardo violento e ignorante, una grande fragilità. “Mi piace che, quando una persona ascolta una voce durante Anticorpo, non sappia dire se chi parla sia un nazipunk o una persona transfemminista. 

Questo mette in crisi il nostro pregiudizio, apre costantemente a delle domande, che poi è quello che vorrei che questo lavoro continuasse a fare.” La raccolta di queste voci eterogenee, ad oggi circa 50, ha nutrito e nutre Anticorpo che, nella sua continua trasformazione, alterna gli audio ad alcuni testi di pensator* e attivist* trans, come Paul Preciado e Porpora Maracasciano, e dove il corpo di Giacomo si spoglia e si fa casa, narrazione plurale, spazio di cura e di racconto polifonico. All’azione performativa segue un momento di chiacchierata e confronto, uno spazio di scambio empatico su quanto visto e vissuto dal pubblico, in una dimensione di orizzontalità che vuole decostruire ogni rischio possibile di spettacolarizzazione. “Lo scambio col pubblico” dice Giacomo “è una parte fondamentale di Anticorpo, che nutre e trasforma il lavoro. Anche per questo una replica non è mai uguale all’altra.” Un luogo sicuro, quindi, in cui aprire degli spazi, uno spazio – come direbbe bell hooks – in cui il margine illumina la norma: “Ricordo quando un ragazzo gay del pubblico mi ha detto che assistendo alla performance si era sentito attratto da me e non capiva perché. È importante per me che il pubblico si possa chiedere Perché trovo bello un corpo considerato generalmente non conforme? 

Lo sguardo è decentrato rispetto alla norma, all’immaginario sui corpi, sulle narrazioni, sulla bellezza. “Bellezza che è anche cura di sé”, mi racconta Giacomo, come un anticorpo che proprio nella cura di sé sta risignificando il titolo del lavoro: in una delle azioni performative dell’ultimo periodo, in cui Giacomo era in scena con un’altra persona (in questa versione, quindi, non più Anticorpo ma Anticorpi), si è fatto tagliare i capelli e si sono messx il testosterone a vicenda. “Il mio sogno per questo lavoro sarebbe proprio quello che diventasse uno spazio in cui siano presenti in scena solo corpi trans che si prendono cura reciprocamente”. Intanto Anticorpo continua a esplorare spazi – “spesso circuiti non ufficiali e spazi off, dove si ha la possibilità di incontrare un pubblico più eterogeneo” e aprire mondi, in costante cura e trasformazione. Il corpo spogliato e non esibito, ritrova bellezza dove non te lo aspetti, in una presenza che, nell’intima reciproca appartenenza, sposta e trasforma lo sguardo, diventando in questo lavoro un corpo collettivo, plurale, pubblico. In altre parole, un corpo politico.

LUCIO GUARINONI

1989, master in teatro sociale e di comunità, formatore, dramaturg e regista teatrale.

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