Mandela

Che la Costituzione di un Paese la cui reputazione si fonda sulla bellezza a tal punto da essere universalmente riconosciuto come il Belpaese, sia all’altezza della meritata fama dei suoi borghi e delle sue Venezie, dei suoi mari e dei suoi declivi, delle sue fontane e dei suoi castelli, delle sue “belle” arti e del suo artigianato, non è scontato. Non solo l’architettura della nostra Carta dei diritti e dei doveri è bella, – in quanto ben strutturata e solida, il lessico ispirato all’essenzialità e lontano da ogni ambiguità, lo stile con cui dà forma al contenuto elegante e il tono, fermo eppure mai perentorio – ma traduce tutta la lucidità e la lungimiranza dei Padri e delle Madri Costituenti nel mettere al riparo le future generazioni da rischi e tentazioni allora inimmaginabili. 

Sembrarono prevedere che per superare le sfide che il tempo avrebbe presentato, come si è rivelato il processo di globalizzazione sul finire del secolo scorso, il valore aggiunto su cui l’Italia avrebbe potuto contare, non sarebbe derivato dalla crescita dei beni di consumo, ma dai processi creativi da sempre cifra di quell’inestimabile bellezza che rende unico il nostro Paese. 

Firmarono la Costituzione nella consapevolezza che la qualità del territorio e lo spessore della storia, così esclusivi e originali, fossero la sostanza del nostro futuro: non si posero, certo, l’interrogativo attorno al quale vediamo intellettuali e politici dividersi (con la cultura si mangia?); investire nel valore intrinseco di tale patrimonio, per altro eredità del passato, avrebbe scongiurato un eventuale declino e garantito il “pane” per generazioni. 

Tuttavia, non avrebbero potuto avere altrettanta coscienza del corso dei decenni seguenti, delle brutture che avrebbero sfigurato il profilo dei paesaggi, dello sprezzo con cui avremmo infierito su coste e territori morfologicamente fragili. Quale Statuto può pronunciare il principio che riconosca alla bellezza un valore costituzionale da proteggere, se non l’italiano? 

La Costituzione, nata nel dicembre del 1947 dalle macerie del secondo conflitto mondiale, è bella anzitutto perché «ripudia la guerra» (art. 11), non ammette la pena di morte e individua nella Repubblica un corpo unitario, necessario per promuovere e realizzare valori autenticamente condivisi, sui quali i Costituenti non dubitarono, pur nel compromesso politico e culturale (tra le anime socialista, cattolica e liberale) alla base di quel testo: democrazia, lavoro, sovranità popolare, solidarietà, eguaglianza formale e sostanziale, pieno sviluppo e dignità della persona, pluralismo, tutela delle minoranze, libertà di pensiero e religione, sviluppo della cultura e della ricerca scientifica. 

Valori condivisi, patrimonio di tutt*, definiti da quel collante, da quel tratto unificante e distintivo della cultura italiana che è l’educazione al “bello”, la capacità di plasmarlo e ricrearlo in nuove fogge a dispetto dell’incessante susseguirsi delle generazioni. E la sintesi normativa di questo “genio” è degnamente riposta nella Legge fondamentale dello Stato. 

La Costituzione è bella per quell’insieme prezioso di principi che, una volta consacrati, sarebbero valsi per il futuro: la magia che ispirò i Costituenti fu proprio quella di proiettarsi intimamente con l’animo in una dimensione intergenerazionale, per produrre un testo che fosse, come suggeriva Piero Calamandrei nel discorso pronunciato all’Assemblea costituente il 4 marzo 1947, «presbite, vedere lontano». E, pur non contenendo mai un riferimento esplicito alle generazioni venture, lo spirito della Carta è intriso di questa missione, in cui entra a pieno titolo la salvaguardia della “bellezza”. Questa, quale condizione umana essenziale al pieno sviluppo della persona, può essere assunta a chiave di lettura di diversi principi costituzionali: dal riconoscimento dell’inviolabilità dei diritti umani (art. 2) alla promozione della cultura e alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico (art. 9); dalla tutela della salute, dell’ambiente e degli ecosistemi alla libertà di arte, scienza, istruzione e ricerca (artt. 32, 33 e 117). Si valorizza, così, il fondamento costituzionale di un diritto (non soltanto nazionale, ma universale) alla bellezza, come quello a una vita dignitosa, nutrita di senso qualitativo e non solo di utilità economica o tecnologica. 

Una recente proposta di riforma della Costituzione all’attenzione del Parlamento prevede l’inserimento di un riferimento esplicito alla bellezza nell’art. 1, e, dunque tra i principi fondamentali dell’ordinamento: la bellezza, nella sua definizione ontologica, in quanto immanente all’esperienza umana, è implicitamente sottesa al disegno della nostra Costituzione, a prescindere da qualsiasi riferimento esplicito. 

Si spera che il superfluo non alteri la semplice bellezza del discorso costituzionale, da cui, a distanza di decenni, continuano a trarre spunto altre nazioni, forse perché colmo dell’entusiasmo di un popolo che, riconquistata la libertà a prezzo di tante vite e sofferenze, riponeva nella legge fondativa della Repubblica la speranza di una ricostruzione integrale. 

Tuttavia, non dobbiamo temere che i princìpi costituzionali, nella loro intangibilità, siano positivamente integrati e rafforzati. Un’accresciuta consapevolezza in materia di diritti e l’evoluzione sociale portatrice di nuove istanze meritano l’attenzione del legislatore e devono trovare casa e riconoscimento nella Costituzione. Senza pluralità e contaminazioni, senza complessità e incontri, il Paese e l’umanità avrebbero perso il patrimonio che ha segnato la civiltà del mondo. 

Sotto il tetto dei diritti e dei doveri devono riunirsi le individualità di ognun* per intraprendere un cammino comune. La Costituzione è ancora in grado di tracciare il percorso, perché indica l’orizzonte a cui tendere, e non un insieme di diritti da rivendicare e di doveri da rispettare. 

Silvia Camisasca

1976, dottoressa in fisica nucleare con dottorato in applicazioni fisiche ai beni culturali, 

giornalista professionista.

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