Madame Bovary

Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde

Unico, controverso  romanzo di Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde, compare per la prima volta nel luglio del 1890, a puntate e parzialmente tagliato, sul Lippincott’s Monthly Magazine, una delle principali riviste letterarie dell’epoca.Dopo gli studi universitari, Wilde si è trasferito a Londra dove la sua colta eccentricità, i mots d’esprit, le acconciature elaborate e i curatissimi abiti di velluto con tanto di girasole all’occhiello lo rendono presto uno stravagante e richiestissimo animatore dei salotti. Il giovane dandy dublinese ha al suo attivo raccolte di poesie, fiabe dedicate ai figli (Wilde è sposato e lo rimarrà per tutta la vita), opere teatrali e giri di conferenze, e quando arriva a cimentarsi con la prosa, le voci sulla sua presunta omosessualità sono all’ordine del giorno. 

Il ritratto arriva come la celebre ciliegina sulla torta, dandogli modo di conoscere quello che sarà il grande amore/dannazione della sua vita, il bel rampollo di buona famiglia Lord Alfred Douglas, detto “Bosie”, e al contempo tutta la durezza che la società vittoriana riserva a chi cerca e ottiene la fama uscendo dai soliti binari. Gross public indecency, “atti osceni”,sarà l’accusa che gli verrà imputata ai celebri processi che lo porteranno alla reclusione e ai lavori forzati, e in cui Wilde cercherà tanto elegantemente quanto inutilmente di difendere “l’amore che non osa pronunciare il suo nome”. Proprio in sede giudiziaria, Il ritratto di Dorian Gray verrà additato come prova dell’immoralità del suo autore.   

Ma cosa contiene il romanzo di tanto scandaloso? La trama è celebre: il giovane e bellissimo Dorian Gray affascina a tal punto il pittore Basil Hallward da essere immortalato in un ritratto che poi, complice l’influenza di un amico dell’artista, Lord Henry Wotton, finirà col diventare una sorta di alter-ego del protagonista. Conquistato dalle teorie di Wotton, Dorian si convince che la bellezza sia il più alto valore della vita umana, da preservare a ogni costo. Stipula quindi un patto mefistotelico per cui il ritratto diventerà lo specchio di ogni sua nefandezza nella vita reale, corrompendosi al posto suo, mentre lui manterrà intatta la propria bellezza negli anni. Alla fine l’oscuro gioco verrà alla luce, con gli esiti che sono ben noti. E sebbene il finale tragico dimostri tra le righe l’impossibilità di una vita amorale ed esclusivamente dedita al piacere, per gli ipocriti vittoriani tanto basta. Dorian Gray, come il suo autore, è lo specchio di un uomo vacuo, lascivo e malvagio. Non cogliendo il sarcasmo e il paradosso wildiano, per loro il libro è indecente, incita chiaramente all’omosessualità maschile, in esso tutto è perversione e lussuria. 

“Nessun artista ha intenti morali” ci dice del resto Wilde nella sua celebre prefazione, anzi, l’etica in un artista è un “manierismo imperdonabile di stile”. La bellezza è l’unico fine dell’arte, non ha bisogno di uno scopo né di giustificazioni. Non c’era modo migliore per darsi in pasto ai benpensanti, e ben presto sono in molti a puntare il dito contro questo esteta azzimato per il suo dandysmo un po’ troppo appariscente, ma ancora di più per la sua scelta di vita, quell’omosessualità tanto “immorale” quanto, all’epoca, illegale. 

Ancora oggi, per alcuni, Wilde si porta dietro un’aura sgradevole, complice l’identificazione tanto approssimata (quanto errata) con il suo giovane protagonista: quella del dandy cinico e senz’anima, tutto pellicce, acconciature in stile romano e boutades. Pensarlo così equivarrebbe a ucciderlo due volte. Se è vero che la definizione di “Apostolo della bellezza” è ben calzata, Wilde è tutto fuorché un damerino senz’anima. Il suo ideale di bellezza, nell’arte così come nella vita, non si scontra mai con la sua umanità. Il suo non è il piacere fine a se stesso di D’Annunzio. Nel libro, Dorian Gray non riesce nel suo folle e cinico intento. Nella vita reale, Wilde vive e paga con il carcere le conseguenze di un amore sfortunato, lacerante, troppo umano – e la profondità del suo sentimento è tutta lì, nel suo bellissimo De profundis

Alla fine, biecamente tradito nell’intento di fare della propria vita un’opera d’arte, Wilde purtroppo morirà giovane, solo e in povertà, lontano da casa, bollato dall’infamia e abbandonato dal suo grande amore, quel “Boise” che non esiterà a voltargli le spalle. 

Incompreso dai più e sempre fedele a se stesso, questo dandy visionario e geniale ci lascerà a testamento il Ritratto e altre opere magistrali, prima di uscire elegantemente e tragicamente di scena, sconfitto da una realtà che non era né pronta né disposta ad accoglierlo. 

Silvia Rota Sperti

1975, traduce narrativa per le principali case editrici italiane e si è occupata di autori come Virginia Woolf, Jonathan Coe e Joyce Carol Oates.

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