I mandarini

di Valentina Dolciotti

Era il 1988 quando, negli studi televisivi di Sunday Sunday, acclamato talk show britannico, Gloria Hunniford (anni 48 e capigliatura importate) intervistava l’attrice Audrey Hepburn (che in quel momento di anni ne aveva 59, e una grazia senza tempo). 

Prima di raccontare perché quell’intervista mi è rimasta impressa, vorrei condividere con voi qualche nota su Audrey Hepburn. Nata in Belgio nel 1929 da un padre (filo nazista) che se n’è andato di casa quando lei aveva sei anni, è stata segnata più da questo evento che dalla Seconda Guerra Mondiale, scoppiata quando, di anni, lei ne aveva dieci. Poiché aveva studiato danza classica fin da piccolina, durante gli anni dell’occupazione, con la complicità della madre, si esibì in numerosi balletti che, segretamente, venivano organizzati allo scopo di raccogliere soldi per foraggiare la Resistenza olandese. Sua madre, inoltre, nascose a lungo, in casa, un soldato inglese che si avvalse dell’aiuto della piccola Audrey come staffetta tra le formazioni partigiane e gli alleati.

Il giorno in cui i Paesi Bassi furono liberati dai nazisti la Hepburn compiva 16 anni ma, ormai, aveva sviluppato seri problemi di salute causati dalla denutrizione e dalla povertà.

Pochi anni dopo si trasferì a Londra, riprese a studiare danza per poi passare al teatro e alla recitazione. 

Dal palcoscenico alla pellicola il passo fu breve poiché “la ragazza aveva talento”. Il primo film hollywoodiano fu il celebre Vacanze romane, girato nel 1953 al fianco di Gregory Peck, per la cui interpretazione Audrey Hepburn vinse l’oscar come miglior attrice protagonista. Da lì si è srotolata una carriera cinematografica ricchissima, seppur oculata, che è terminata ante tempus poiché l’attrice, che nel frattempo aveva avuto due figli, scelse dedicar loro più tempo. Dirada quindi la sua presenza nelle pellicole fino al 1988, quando partecipa all’ultimo film; nello stesso periodo viene nominata ambasciatrice speciale dell’UNICEF. Da lì in poi il suo impegno sarà totalmente indirizzato ai bambini e alle bambine bisognos*, in giro per il globo.

Ecco, queste sono solo informazioni telegrafiche e sommarie, lo so, ma hanno uno scopo: dimostrare che di materiale per un’intervista, quella domenica mattina dell’88 negli studi di Sunday Sunday, a ben guardare ce n’era parecchio. 

Eppure la Hunniford dal biondo ciuffo, dopo aver accolto in studio l’elegantissima ospite e a meno di un minuto dall’inizio della loro conversazione, dichiara: – You really did away with bosoms and curves all on your own-.

– Stop. Rewind. –

Un istante prima le ha fatto notare che dagli anni Sessanta è rimasta uguale, che non ha “messo su” neanche un chilo (un’oncia per la precisione, in inglese) e che, nonostante la moda degli anni Cinquanta e seguenti premiasse donne “piene di curve” come Marylin Monroe, aveva avuto un grande successo. Che non mi pare una grande apertura per una conversazione, ma tant’è.

Forse l’intervistatrice non si era preparata? Eppure i disturbi alimentari dell’attrice erano noti, dalla guerra non l’avevano più abbandonata, insieme all’anemia e a forme di paranoia. 

O forse gli Ottanta erano anni in cui l’apparenza, l’aspetto fisico e l’estetica dei corpi venivano celebrati oltre misura? Non so dire. Fatto sta che focalizzarsi su ciò che vediamo è più facile, evidentemente, che dare spazio a ciò che sappiamo e sentiamo. L’idea di bellezza che prevale in noi è strettamente connessa al senso della vista, come ho capito chiacchierando con Monica (potete leggerci a pag. 76-77). 

Invece esistono altre bellezze, altri modi di possedere la bellezza. I parametri stanno cambiando. O almeno, noi vogliamo che cambino. Che si allenti il morso, si sciolgano le briglie. Che la percezione del mondo attorno, e delle persone vicine, sia differente. Sia fatta di odori e sapori e contatto (che la pandemia ha strappato via e dovremo riconquistare, giorno dopo giorno), di imperfezioni e unicità che non riconducono a niente e a nessuno se non al fatto di stare bene con se stess* e con gli altri.  

– You really did away with bosoms and curves all on your own -, aveva provato a insinuare l’intervistatrice. 

– Not really, they’re still around – le ha risposto allora, con impareggiabile classe, Audrey Hepburn. – I just wasn’t blessed with them but you know, I’ve made it to this lovely interview, nevertheless, years later, in spite of the fact I have no curves. –

Spread inclusion all around the globe

Author: administer