LA SOTTILE
LUCE ARTICA

Il monumentale Horizon (che uscirà in Italia a fine anno per Black Coffee Edizioni), frutto di decenni di viaggi e riflessioni sul destino dell’umanità e sul rapporto tra culture e geografie, Barry Lopez offre esempi da tutto il mondo per comprendere la relazione tra i paesaggi interiori, la bellezza, scritta come un codice dentro Homo Sapiens, e l’immaginazione come strumento per elaborare il futuro dell’umanità. Durante un campo archeologico sull’isola Skraeling nell’Artico canadese, Lopez racconta di una riflessione particolare sulla cultura Thule, progenitrice degli Inuit, giunta nell’area intorno al 1000 d.C. Ci parla dei loro sogni: «Se avessi voluto domandare ai Thule come gestivano l’oscurità che arrivava con il crepuscolo d’autunno, e in cosa riponevano la loro fiducia, avrei voluto sapere anche la forma dei loro sogni. Una volta calato l’inverno, come cambiavano i sogni? Antropologi e archeologi ipotizzano che nell’oscurità invernale i Thule dormissero molte ore e che i lunghi sonni aprissero vasti paesaggi onirici in grado forse di funzionare in modo simile ai cicli dei miti. Nell’epoca moderna abbiamo meno familiarità con i paesaggi onirici e i nostri sogni vengono troncati dal bisogno di alzarsi e di uscire: è il ritmo imposto alla vita quotidiana dagli orologi. Secondo Shakespeare “il secondo sonno” arrivava dopo il periodo di veglia che seguiva il “primo sonno”, intervallo in cui i compagni di letto parlavano dell’immaginario dei loro sogni, un’intimità che l’avvento del razionalismo fece svanire. Parlando dell’utilità dei sogni, la sfida non è tanto se rifiutarli per privilegiare la verità logica offerta dalla mente razionale, ma immaginare una conversazione tra l’immaginazione e l’intelletto, in grado di produrre una visione utile che il solo intelletto non saprebbe riconoscere e che la sola immaginazione non è in grado di creare». 

Fu proprio il capolavoro di Barry, Sogni Artici, ad aprire molti paesaggi interiori e geografici per me e per i miei viaggi: quel taglio nell’orizzonte dove lasciare fluire l’immaginazione e il desiderio per plasmarli in nuove visioni. 

Anni fa, insieme a un gruppo di Inuit, fummo colti dal whiteout e ci fermammo ad attendere. Sulla pista che seguivamo, tra rocce primordiali e levigate, mura di ghiaccio marino e il freddo di inizio primavera, osservando il biancore provai un brivido. Era come se avessi colto una sorta di bellezza che risuonava vera e rivelatrice. 

Era un messaggio più grande, l’essenza stessa del viaggio che avevo intrapreso senza uno scopo preciso, se non quello di essere lì. 

Era una soglia che si apriva e mi faceva capire meglio il rapporto con queste persone così lontane da me. Così scrissi: Da vicino, vedi lontano – oltre quel tempo che ancora non esiste. Loro, un popolo capace di sopravvivere tra i ghiacci così a lungo, convinti fino a due secoli fa di essere soli al mondo, come i loro antenati Thule, avevano conosciuto e affrontato ogni giorno il tempo che ancora non esiste(va) perché conoscevano il proprio paesaggio, onorandolo e accettandolo. Il loro futuro era nel ciclo della vita. 

Ho viaggiato a lungo nel basso e medio Artico norvegese, dove la presenza umana è stabile da millenni. E ho colto spesso la sensazione che nonostante la rarefatta presenza umana, essa sia messaggera di qualcosa che va preso in considerazione per riconsiderare il nostro destino comune. La mia guida è da anni luce artica, o una mia idea di essa, a definire i contorni del mio lavoro di pratica geopoetica.

Questa luce è il sistema linfatico della comprensione di un immaginario dal quale estrarre essenze da offrire agli altri: quella luce potente, la profondità del paesaggio, la vividezza delle sue risposte mi hanno convinto che il paesaggio deve avere assoluta priorità nel presente. Questa espressione prettamente umana, ha formato l’umanità come la conosciamo e non è solo un’immagine o un’estetica, bensì un lasciapassare. 

Abbiamo privilegiato la nostra vista, ma il paesaggio parla a ognuno dei nostri sensi e con quelli ci chiede di lavorare. La luce ci plasma, come il paesaggio, pervadendo mente e corpo. 

La luce artica è la fibra ottica del tessuto linguistico, è lana grezza da trasformare in tessuto, come gli elementi che compongono il paesaggio. Chiarisce in quale punto dello spazio mi trovo e come mettere in relazione pensieri e intuizioni. Il territorio e la sua morfologia agiscono sulle connessioni neurologiche, interagiscono con le percezioni, le emozioni, i pensieri e con un’idea geografica che va oltre il pensiero, liberando lo sguardo da inibizioni, rendendolo poetico. 

È a quel punto che il pensiero si fa parola e, di riflesso, comunità e paesaggio umano. Per raccogliere l’eredità di Homo Sapiens, quello capace di partire da un punto dell’Africa e diffondersi nel mondo creando culture, tecnologie e manufatti strabilianti dobbiamo continuare a dimostrare di saper scegliere un destino comune fatto di condivisione e di bellezza, il carburante di questo cammino. L’emozione dei primi antenati fu forse quella che impedì di fermarsi alla superficie di ciò che percepiamo. E il pensiero trasformò tutto ciò in un veicolo che ancora non si è fermato, ma solo trasformato. 

Nel mondo artico, che ancora conserva largamente aspetti sconosciuti del nostro rapporto con la geografia, il viaggio è l’immateriale porta della luce che schiude gli elementi di un paesaggio fantasticato, desiderato, vissuto. Oltre la soglia, ci siamo noi a definire l’estensione del viaggio, individuale e comune. 

Mai come oggi questo viaggio si espande in un orizzonte globale e va compiuto con maggiore consapevolezza: la conversazione tra la mente, il corpo e il paesaggio richiede pause, quegli spazi necessari alla elaborazione di ciò che verrà. E ciò che verrà dovrà essere una lingua comune, una totale presa di coscienza che la bellezza è anche questo unico popolo che vive sulla Terra. Il cui destino è comune. 

Spread inclusion all around the globe

Author: administer