La ricerca della bellezza nelle persone transgender

Sottoporsi a un’operazione chirurgica per allineare il proprio corpo alla propria percezione dell’identità di genere. Un percorso continuo di “ricerca della bellezza” quello del mondo “trans”, diffusa abbreviazione che fa riferimento alla condizione di chi avverte di appartenere a un genere diverso rispetto a quanto registrato all’anagrafe. 

La questione è attualissima e va a svilupparsi lungo due binari fondamentali: il supporto medico-chirurgico e la sfera psicosociale. D’altronde l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) definisce la salute “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” e, precisa, “non semplice assenza di malattia”.

Chiamare in causa la medicina vuol dire, nel caso specifico delle persone transgender, riferirsi alle terapie ormonali che si sommano agli interventi. Le relative protesi possono variare per corporature e, soprattutto, esigenze differenti: non esiste un unico canone di bellezza, ma siamo dinanzi a una concezione che cambia a livello individuale. Basti pensare all’occupazione professionale, e a molte altre motivazioni, che possono spingere a scelte diverse fra loro. 

Per fare luce sull’argomento abbiamo interpellato il dott. Gennaro Selvaggi che dirige l’Unità per l’Affermazione di Genere presso il Sahlgrenska University Hospital di Goteborg, in Svezia mentre, in Italia, collabora con alcune università e società specialistiche. La sua équipe conduce 160 operazioni l’anno che comprendono vagino-plastiche, fallo-plastiche, mastectomie, mastoplastiche additive, e riduzioni del pomo di Adamo: termini che attengono alla ricostruzione di organi sessuali o alla modifica di parti del corpo legate a un particolare sesso. 

La sensazione, che apprende da chi si rivolge a lui, è una ricorrente voglia di rinascita, a maggior ragione dinanzi a discriminazioni, difficoltà burocratiche e vuoti normativi. Nelle visite preoperatorie è solito mostrare delle foto relative, rispettivamente, alla situazione attuale del corpo e all’obiettivo a cui mirare. A sua volta raccoglie le preferenze delle persone che gli mostrano “modelli” a cui potrebbero ispirarsi. Tante sono le domande sulla riuscita finale e si rivela centrale la rete di amicizie a cui si ricorre per ricevere consigli e testimonianze. 

Nell’intento di approfondire come evolve il concetto di bellezza nel perseguimento dell’identità di genere, è importante fare alcune distinzioni. Il dottor Selvaggi è un chirurgo plastico ricostruttivo e ci spiega come la chirurgia estetica sia solo un aspetto della sua disciplina. Dunque, oltre a tutto ciò che concerne, ad esempio, la crescita o la diminuzione della barba, non bisogna perdere di vista lo stato complessivo, la sensazione di sentirsi a proprio agio. Perché, aggiunge, la bellezza si può trovare all’interno di sé, ma anche nelle relazioni familiari, a scuola o in ufficio.

Non a caso, alla base del discorso, c’è la “disforia di genere”, malessere diffuso che ha una sua diagnosi ampiamente codificata a livello scientifico. Ecco che è utile considerare la bellezza a 360 gradi poiché non è solo qualcosa di esteriore, bensì una qualità che attiene all’anima e a una serenità tanto cercata nel corso degli anni. 

“Se il problema fosse puramente estetico – fa presente il dott. Selvaggi – non ci sarebbe accesso alle cure offerte dal sistema sanitario nazionale o dalle compagnie assicurative. Mentre l’intervento per la affermazione di genere rappresenta una reale soluzione all’incongruenza tra il genere assegnato alla nascita, ossia maschio o femmina, e il genere in cui la persona stessa si identifica crescendo”.
La questione non è soltanto anatomica o scientifica, ma ha in sé tratti sociali e politici: alla scienza, quindi, si accompagna il versante umanistico e la maturazione di una crescente sensibilità sul tema.

“In tale direzione – ci racconta il dottor Selvaggi – in Svezia ho notato una maggiore apertura rispetto all’Italia, e un accesso più facile alle cure, dovuto a una diversa organizzazione e ripartizione delle risorse che sono a disposizione dello Stato”. È necessario sicuramente fortificare le famose “soft skills”, perché nel settore sanitario possono e devono avere un ruolo rilevante le relazioni e una buona dose di empatia. L’armonia può essere raggiunta nell’incontro tra saperi apparentemente distanti per arrivare così a un’umanizzazione della cura. La bellezza è uno spettro, nel quale trovare il proprio posto, e l’aspirare ad essa diventa, almeno in parte, sinonimo di una costante ricerca della felicità.

Emanuele La Veglia

1992, laureato in editoria, culture della comunicazione e della moda, giornalista professionista

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