La bellezza secondo Coco Chanel

Un abito corto, senza maniche e stretto ai fianchi. È l’immagine forse più immediata per inquadrare l’ideale di bellezza di Coco Chanel, la stilista per antonomasia se si guarda al XX secolo. Una donna che ha attraversato due guerre e diversi modi di sentire, portando una concezione del tutto nuova di femminilità. La sua scalata verso l’Olimpo del “kalós” comincia in giovane età, quando arriva a Parigi, per aprire la sua prima bottega, finanziata da Étienne de Balsan, ex ufficiale che l’aveva ospitata nella sua tenuta. La futura imprenditrice aveva trascorso quegli anni come una delle tante amanti del francese, che l’aveva conosciuta nel caffè-concerto La Rotonde dove lei si esibiva come cantante in erba. Lì era apprezzata unicamente per il suo aspetto esteriore e per l’interesse che riusciva a suscitare negli avventori del locale ma, soprattutto durante la convivenza con l’ormai ex partner, Coco aveva capito che farsi valere non vuol dire puntare sulle apparenze, ma distinguersi in qualcosa. 

E ci era riuscita, ad esempio, con l’equitazione, uno sport ritenuto disdicevole per le nobildonne che, agli occhi della società, perdevano il loro smalto a cavallo. Coco è diversa dalle altre: innanzitutto rifiuta di salire in sella “all’amazzone”, ossia con le gambe dallo stesso lato, poiché vuole avere, durante le corse, la stessa comodità degli uomini. Così ruba i pantaloni del compagno e, quando ancora non ha disegnato alcuna collezione, comincia ad aprire la strada verso l’emancipazione a coloro che la circondano, suggerendo di indossare per praticità un capo di abbigliamento ritenuto da sempre maschile.

Alla base dei suoi successi, oltre a un prodigioso ingegno, ci sono sicuramente le sue preziose mani, che la aiutano a comporre creazioni trasversali a ogni ambito, dalla moda al teatro, dove rovescia continuamente i canoni e non solo per le donne. È il 1926 e sta andando in scena l’Edipo Re di Jean Marais, opera per la quale Chanel viene coinvolta nella realizzazione dei costumi e, contro ogni aspettativa, decide che il protagonista debba recitare nudo, coprendo solo le parti intime. L’ennesima rivoluzione, come accadrà successivamente per busti e crinoline, spazzati via perché oscurano lo splendore femminile che per Coco deve essere sinonimo di comodità e scioltezza nei movimenti.

Un’operazione analoga avviene per la cura del corpo e dell’aspetto fisico. Nel 1963 Edoardo Vianello canterà “Abbronzatissima”, elogiando la tintarella come punto di forza per la grazia femminile. Fino a qualche decennio prima,  soltanto le classi più umili trascorrevano ore al sole,  costrette a lavorare la terra: motivo per cui nella moda abbondavano gli ombrellini, utili a difendere i visi chiari, ritenuti simbolo di nobiltà. Con Chanel un colorito più scuro entra nei salotti e, per cambiare la mentalità corrente, la stilista si attiva personalmente, di ritorno da un soggiorno in Africa, mostrando ai fotografi, senza timore, un’accesa abbronzatura.

La bellezza scultorea, di derivazione classica, e un modello quasi principesco erano esclusivi ma anche  escludenti e Chanel lo aveva capito. D’altronde il fisico minuto e il taglio corto di capelli (in seguito alla morte dell’amore di una vita, Boy Capel) le conferivano un fascino sui generis per l’epoca, diventando un tratto distintivo e attraente per molti. Da Stravinskij al granduca della dinastia Romanov, tanti pretendenti di spicco daranno vita a un vortice di relazioni nelle quali Mademoiselle, come spesso è chiamata, si sentirà libera di esprimersi e di affermarsi.

Per lei la moda non era solo una patina esterna, ma costituiva l’essenza delle donne, scandita da elementi fondamentali come i colori. Pensiamo in particolare al nero, tradizionalmente adoperato per il lutto: con Chanel diventa l’effigie dell’eleganza tra i tailleur e il tubino, descritto in apertura. Un cerchio che non si può chiudere senza menzionare il profumo per eccellenza, il N°5, che la couturier scelse da una rosa di alternative messa a punto dal chimico Ernest Beaux. Coco amava ricordare di spruzzarsene qualche goccia, anche per fare pochi passi: lo si deve al proprio io interiore.

Un’abitudine che rientra nell’esigenza, ripetuta a più voci oggi, e sin dall’inizio della pandemia, di volersi bene, a prescindere dalla propria forma fisica o di altre, irrilevanti, caratteristiche. Essere a proprio agio è il segreto da cui nasce la fortuna di uno stile che non passa mai di moda, proponendo una bellezza senza tempo.

Emanuele La Veglia 

1992, laureato in editoria, culture della comunicazione e della moda, giornalista professionista.

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