Fuori di sé 

L’estasi di Santa Teresa 

Una balaustra separa lo spettatore dalla Santa Teresa di Bernini, realizzata dall’artista tra il 1647 e il 1652 per la cappella della famiglia Cornaro, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, a Roma. L’effetto che Bernini ricerca è quello di una misurata distanza del riguardante rispetto alla sontuosa epifania di marmo: la giusta posizione del fedele di fronte all’esperienza mistica, che si può avvicinare, ma non dire. Eppure è sterminata la platea di interpreti che hanno tentato di penetrare il mistero di Teresa d’Avila (1515-1582): santa per combinazione, e per ironia della sorte massima icona della Controriforma. Non si può tacere la biografia, gustosamente ricostruita dall’acume di Vita Sackville-West: la nascita in una Castiglia “di pietre e di santi”, quarta di dodici fratelli, la fuga dalla dimora paterna per entrare nel monastero dell’Incarnazione, a quarant’anni una seconda “conversione”, a cinquanta la pubblicazione de “Il libro della vita”, un dedalo di ricordi familiari e amorosi e insieme l’integrale messa a nudo di un’anima: quasi una terapia attraverso la scrittura che permise alla donna di costruire sé stessa. E poi ancora, ad un’età che avrebbe reso consigliabile il silenzio del chiostro, un turbinio di viaggi, politica, riforma: nella diffidenza del papato, Teresa “la vagabonda” fonda in vent’anni diciotto monasteri; in odore grave di eresia, Teresa “la posseduta” trionfa sull’Inquisizione, che la processa ma non la condanna; dagli alumbrados a San Giovanni della Croce, tutto un mondo eterodosso, ovviamente maschile, è al crocevia di questa ribelle ironica, volitiva, spiritosa: “O Signore, liberatemi dai santi musoni”, pare che chiedesse a Dio. 

Questo spirito inquieto non poteva non interrogare la psicologia: e così Santa Teresa si impone alla coscienza della psicanalista Silvia Lequerc, protagonista del fluviale romanzo di Julia Kristeva dedicato alla santa spagnola. Coinquilina delle sue “notti sottomarine”, Teresa invade la vita di Silvia, ma diventa anche l’occasione per comprendere sé stessa e le donne che incontra in terapia. Una serenata sognante e maestosa, Teresa, mon amour, di cui è difficile restituire il passo: ma qualche suggestione possiamo recuperarla anche qui. 

Il misticismo come rivoluzione innanzitutto: il nostro tempo relega la mistica alla contemplazione, eppure proprio la mente (e spesso il corpo) dei mistici sono stati sempre, suggerisce Kristeva, un laboratorio segreto di visioni e concezioni capaci di immaginare altri mondi, di rinnovare il pensiero e le istituzioni. Secondo, e qui la definizione è di Teresa stessa, l’idea della personalità come “castello interiore”: un apparato dalle molte stanze, dalle plurime transizioni e sfaccettature. E dunque non un castello in cui l’identità si arrocca, piuttosto un caleidoscopio in cui questa si svolge, si perde, si libera. Una, trina, forse inafferrabile la nostra identità: ci voleva il Barocco a rappresentare questa turbolenza. 

Terzo, l’estasi e il suo significato: di cosa gode Teresa? No, il sesso non c’entra: per Freud Teresa era la patrona dell’isteria, ma già Lacan aveva escluso ogni movente libidico. “Ce n’est pas ça du tout”. 

Bisogna invece ricondurre l’estasi al significato letterale di “ex-stare” e il suo senso sta tutto in quel prefisso: “stare fuori”, fuori sé. Che vuol dire immergersi nell’infinito desiderio dell’altro, dell’Altro assoluto, del divino che penetra come se fosse uno sposo. L’Io “ek-statico” è l’Io trascinato fuori da sé stesso: un piacere contagioso che coinvolge e sconvolge tutti i sensi. 

“Bùscate en mì”, cercati in me, è il titolo di un discorso che Teresa pronunciò tra lo sconcerto generale nel 1577: formulato, pare, ripetendo le parole che Dio le aveva dettato. E questo “Cercati in me”, ci dice Kristeva, non è il “Conosci te stesso” inciso sul frontone del tempio di Delfi: che alla fine era solo un invito a essere saggi, rivolto da Apollo ai suoi adoratori. Né il “Cosa so?” di Montaigne, in cui la fede cristiana, pur non rinnegata, si annuvolava di dubbi. Né tantomeno il cartesiano “Penso dunque sono”, che riduceva ogni certezza al soggetto pensante. 

L’Io di Teresa nasce invece “fuori di sé” perché nasce insieme all’amore dell’Altro e per l’Altro. Teresa viene da noi a dirci che la conoscenza di sé ha luogo solo nello sdoppiamento, nel transfert dei nostri legami più profondi. “Gli animi che amano vedono fino agli atomi”, dice Silvia in un monologo alla Molly Bloom, e in questa esplorazione diventiamo finalmente intellegibili a noi stessi. Di tale pienezza – intima, personalissima – poco o nulla si può predicare. Ed è forse per questo che mentre un dardo trafigge il cuore della santa, l’angelo di Bernini, “stupidamente”, ride. 

Riferimenti bibliografici

Jacques Lacan, Encore, Éditions du Seuil, 1975

Julia Kristeva, Teresa, mon amour, Donzelli, 2009

Vita Sackville West, Teresa d’Avila, Mondadori, 2003 

Teresa d’Avila, Il castello interiore, Giunti, 2017

Teresa d’Avila, Libro della mia vita, Edizioni Paoline, 2016 

 Massimo Moretti, “La Santa Teresa del Bernini tra critica e psicanalisi”, in Dimensioni e problemi della ricerca storica, Carocci, 2017

Gianluca Cabula

1983, laurea in scienze politiche e in beni culturali, diversity manager SACE S.p.A.

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Author: administer