Diet culture e body shaming

Questo pantalone è fatto proprio male

E’ da non molto trascorso il periodo dell’anno dove viviamo il contrappasso mostruoso di una socialità legata al cibo, di una cultura fondata sull’imperativo della magrezza e del senso di colpa legato al mangiare. Si chiama diet culture, quell’insieme di comportamenti che celebra la magrezza piuttosto che lo stare bene e che, dunque, associa all’essere magr* il concetto, sfumato e distorto, di salute. È quella cosa che ci spinge a dire, senza nemmeno pensarci, “adesso digiuno per due giorni” o ci spinge  a proporre alla tavolata “andiamo a fare due passi” dopo aver mangiato un dolce.Il concetto di diet culture discende dalla grassofobia, l’oppressione sistemica e discriminante dei corpi grassi. Per giustificare il radicato terrore di ingrassare e il corrispettivo odio per i corpi grassi, la diet culture si nasconde dietro la presunta salubrità della magrezza. In altre parole nel concetto che essere grassi significa trascurarsi, essere malati e non avere amore per sé. Un esempio pratico? Il pensiero veloce che ci coglie quando vediamo qualcun* dimagrit* e affermiamo subito “ti trovo bene” anziché chiederci se, dietro una perdita di peso, possa trovarsi invece un problema di salute. 

Non è sempre stato così, infatti la grassofobia non nasce per motivi sanitari. Basti pensare che nel medioevo a spaventare i medici era l’eccessiva magrezza perché correlata alle malattie più diffuse come tifo e tubercolosi. La grassofobia, secondo la studiosa Amy Erdman Farrell, si sviluppa a partire da metà Ottocento con le teorie evoluzionistiche di Darwin e con il concetto sostenuto da studiosi e scienziati del cosiddetto “corpo civilizzato”. Questa visione proponeva in modo aggressivo che determinati tipi di corpo, etnia e genere rendessero alcuni individui superiori ad altri.

Tuttavia, è nel diciannovesimo secolo che la diet culture si instaura come modello abilitante, in concomitanza con fattori socio-economici e la morale religiosa che promuove un corpo femminile esile come simbolo di frugalità e rifiuto delle passioni terrene. A questo si è aggiunta l’industria della moda che ha contribuito a dare forma a un’ideale di corpo – che opprime in misura maggiore per ragioni intersezionali le donne, le persone nere e quelle con disabilità – a cui costantemente aspirare a livello personale e sui cui parametri biasimare gli altri. 

Si chiama body shaming, l’azione per cui giudichiamo le altre persone sulla base di loro (presunte) qualità o discrediti fisici.

Un’amica mi ha raccontato che il suo modo di fare acquisti è cambiato da quando va a fare compere con il fidanzato. Quando lui prova un indumento che gli sta male, racconta, non mette mai in discussione sé stesso, ma piuttosto l’oggetto. 

Questo pantalone è fatto proprio male, dice riponendolo sulla pila. 

Quand’è, invece, che abbiamo iniziato ad attribuire all’indumento più valore che a noi stess*? 

Quando un pantalone ha iniziato a farci pensare di esser fatt* proprio male?

Questo racconto è l’esempio di come la grassofobia agisca, ad esempio, anche sui corpi magri. Il modello estetico a cui aderire non è mai del tutto raggiunto, mai compiuto: mancano sempre due chili da perdere sull’altare della diet culture, una taglia più piccola in cui entrare, un digiuno per “tornare in forma”, ma nella forma di chi?

L’ideale di bellezza perseguito è irreale e stabilito da persone che, per definizione, non vi aderiscono ma sulla cui base giudicano il mondo. In questo senso l’ideale della cosiddetta body positivity è, secondo me, ugualmente dannoso nella sua accezione mainstream. La body positivity è un movimento sociale secondo cui ogni corpo è bello indipendentemente da forme, taglie, genere, etnia, abilità. Nel racconto che ne è stato fatto la body positivity vuole in qualche modo estendere i canoni classici di bellezza e crearne degli altri, ma non vuole svincolare  il concetto di stare bene da quello di bellezza. Per stare bene bisogna essere belli, se non sei conforme al concetto di bellezza allora allarghiamo questo ideale senza però rimuovere l’idea alle base: qualcuno o qualcosa deve convalidarci esteticamente.

Penso che bisognerebbe, invece, partire dal concetto di body neutrality, ovvero quel movimento che promuove l’apprezzare il proprio corpo per quello che sa offrirci e starci bene dentro. La body neutrality supera l’idea del corpo come bellezza. È un concetto potentissimo: non è sempre possibile amare il proprio corpo, ma dobbiamo concentrarci sul nostro benessere e sulle possibilità che ci offre. Decostruire il concetto di bellezza per abbracciare quello di potenza.

Isabella Borrelli

1989, laurea specialistica in scienze di governo e della comunicazione pubblica, digital strategist & hacktivist

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Author: administer