I MEDIA

Come la rappresentazione dei corpi cambia l’immaginario collettivo

Lara Lago, Sara Pillitu

Nella storia i media hanno ricoperto un ruolo centrale nella formazione dell’immaginario collettivo, riportando il cambiamento dei canoni estetici, culturali e più in generale della popolazione.

Negli ultimi dieci anni la demografia della popolazione italiana (intesa non solo come cittadina, ma anche come residente) è cambiata e sta cambiando sempre più velocemente. Di conseguenza la rappresentazione mediatica delle comunità marginalizzate nei contenuti sta cambiando, non in modo omogeneo, ma di certo l’intero panorama dei contenuti sta evolvendo dal punto di vista dell’inclusione.


Basti pensare ai volti dei concorrenti dell’11° edizione di MasterChef Italia. Negli anni, la classe di aspiranti chef dello show Sky Original, si è arricchita di colori, di lineamenti e di storie che rappresentano l’Italia che cambia, raccontando at- traverso il cibo un paese che non è solo “pizza, pasta e mandolino”, ma tradizioni e culture millenarie che si intrecciano creando fusioni complesse e sorprendenti.


I protagonisti si raccontano nella propria unicità senza sottolineare elementi di diversità: tutti i/le concorrenti sono sullo stesso piano, ma ognuno con una propria storia e un proprio vissuto.
L’intrattenimento diventa un mezzo per raccontare storie di straordinaria normalità che profumano di spezie d’oriente, che hanno i colori dell’Africa, ma parlano romanesco, toscano e bergamasco.
Anche la narrazione scripted sta cambiando in questo senso. Sembrava impossibile vent’anni fa vedere rappresentati in una serie tv incentrata sull’adolescenza – e riconoscendone l’esistenza, corpi definibili come non conformi – intesi come corpi discriminati per la loro forma, che si discostano dallo standard di bellezza mainstream, più popolare e largamente condiviso.

In Euphoria, serie HBO in onda su Sky Atlantic, tutte le regole del teen drama saltano, e accanto a cheerleader e atleti dai corpi statuari abbiamo personaggi come Kat Hernandez, interpretata dall’attrice Barbie Ferreira. Giovani donne che acquistano consapevolezza del loro corpo e ne traggono forza, sicurezza e – perché no? – potere.

A sentirsi intrappolata nel proprio corpo, in una gabbia dettata da canoni estetici ed espressioni di genere impo- sti dalla società e dallo sguardo degli altri abbiamo anche Caitlin, la protagonista di We Are Who We Are. Nella serie Sky Original da lui creata e diretta, Luca Guadagnino, attraverso i suoi personaggi, decide di esplorare ciò che ci rende unici e il doloroso percorso per trovare sé stessi e il proprio posto nel mondo.

“Ho una notizia per te, io esisto al di fuori della tua testa!”, grida Caitlin a Fraser. Ed è quasi catartico, perché lei ha bisogno di esistere, di essere sé stessa, al di là dell’aspetto, della bellezza, dei lunghi capelli che tutti ammirano e che, come gesto di liberazione, si fa tagliare proprio da Fraser. Kat e Caitlin sono due personaggi fragili e al tempo stesso potenti. La prima decide di sfidare lo status quo, imponendosi con sicurezza al mondo, la seconda rompe gli schemi e cambia la sua esteriorità per essere finalmente sé stessa e non l’immagine riflessa nello sguardo di chi la circonda.


Vent’anni fa non ci saremmo immaginati di veder rappresentati, in una serie tv incentrata sull’adolescenza, corpi definibili oggi come “non conformi”, identità fluide e generi non binari, che si discostano dallo standard di bellezza mainstream, più popolare e largamente condiviso. E invece…


La tematica del corpo viene affrontata non solo attraverso gli show d’intrattenimento e gli scripted, ma anche dall’attualità, attraverso una video rubrica dal titolo “Caro Corpo”, pubblicata a partire da novembre 2020, sia sulle piattaforme social che sul sito Sky TG24, che sottolinea l’importanza di veicolare messaggi costruttivi sul tema dell’accettazione dell’individuo – inteso come fisicità – da parte della società. Dalla “grassofobia” alla skin positivity, dall’ageismo a come il tema del corpo sia “un’esigenza” anche per il pubblico maschile: ogni settimana la rubrica si focalizza sull’attenzione mediatica che negli ultimi anni mette costantemente i corpi al centro della conversazione.

Buone pratiche con un messaggio che arriva al grande pubblico tramite video, che si traduce anche in una maggiore espressione del sé sul posto di lavoro.

Essere a proprio agio con noi stessi ci consente di interagire con maggiore sicurezza con l’ambiente che ci circonda, permettendoci di istituire relazioni affettive e lavorative di qualità. Un’azienda che valorizza l’identità del proprio dipendente a 360 gradi, avrà dipendenti più motivati sul posto di lavoro.

Perciò il dibattito su identità e corpi non conformi è stato affrontato anche in azienda. Nell’ultimo anno sono stati dedicati a questi temi alcuni eventi interni in cui si è parlato di percezione del corpo e body positivity, che – al contrario di quanto in generale si possa pensare – non è lo slogan “grasso è bello”, ma la rivendicazione di ogni corpo a esistere senza passare necessariamente dal concetto di bellezza per avere pari diritti ed eguale rispetto e rappresentazione. Dai dibattiti è emersa una rivoluzione “copernicana” nella percezione: la bellezza è un diritto, ma non è un dovere. Fino a dieci anni fa, per le aziende di grandi dimensioni o per i cosiddetti “ruoli di rappresentanza” era molto comune avere un “dress-code”, una sorta di codice di abbigliamento che consiste in regole, spesso non scritte, che indicano i capi corretti da indossare in ufficio e coerenti con l’immagi- ne dell’azienda ripartiti rigidamente per genere.

Oggi si ritiene più importante lasciare al collaboratore e alla collaboratrice la libertà di espressione culturale e di genere. A insegnarcelo è stata anche la pandemia dove l’immagine è stata sostituita da una forma di produttività totalmente slegata dal dress code, ormai superfluo.

La professionalità ai tempi dello smart working è quindi sempre più autonoma dalla bellezza in quanto pura apparenza? E in tal senso, il new-normal può rappresentare una ulteriore via per l’inclusione?

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Author: administer