CAN YOU SEE ME?

L’inclusività promossa da Deloitte attraverso la valorizzazione dell’unicità

Di Chrystelle Simon

Nel febbraio 2021 Deloitte ha promosso una campagna di comunicazione di grande impatto, raccontando storie di persone appartenenti a minoranze attraverso video e immagini e restituendo un’immagine diversa da quella comunemente proposta dai media o associata a una grande società di consulenza e revisione. Così, le persone e i clienti di Deloitte hanno fatto la conoscenza di Alejandro, Jackie, Katarina, Peter e Thiago, nomi di fantasia che incarnano le caratteristiche, le discriminazioni e i successi di persone che spesso si rendono invisibili al mondo, perché non rispondono ai canoni che la collettività è abituata a considerare “normali”.

Can You see me? è una campagna di sensibilizzazione che, attraverso una serie di brevi film, si è rivelata una lente di ingrandimento sulle diversità che quasi mai si vedono rappresentate nei film, in tv, sui giornali e sui social network. Rappresentare tutte le persone significa consentirne l’identificazione e innalzare il livello di inclusione, ma significa an- che aiutare tutti noi a lavorare sui nostri bias, incidendo su quella parte del cervello che percepisce come “normale” solo ciò che siamo abituati a vedere ogni giorno.

Jackie, ad esempio, è nata in un corpo maschile che non ha mai sentito suo e, nel tempo, il suo corpo di persona transgender ha generato domande, scherno, violenza e discriminazioni. Nel video dedicato alla sua storia, il personaggio di Jackie guarda intensamente la telecamera e sfida chi la sta ascoltando a comprendere come ci si sente a essere identificati unicamente per il fatto di essere transgender, mentre ogni altro aspetto della sua persona viene sepolto sotto questa ingombrante diversità, che agli occhi dei più è la sua principale caratteristica distintiva.

Katarina, invece, è una giovane manager donna tra dirigenti uomini e più anziani di lei. Rivela ai suoi ascoltatori che vive nel pregiudizio da tutta la vita. Le sue origini ebraiche e il suo accento poco comune la identificano negativamente e mettono in secondo piano le sue competenze, al punto che i colleghi credono sia diventata dirigente solo per rappresentare una quota “straniera”.

Poi c’è Thiago, ex calciatore con un incidente alle spalle che gli ha negato l’uso delle gambe. Ha una laurea in matematica e suona molto bene la chitarra. Eppure, si sente invisibile, come se a essere paralizzata fosse la sua mente, non le sue gambe. Chi lo guarda, a volte, vede solo una carrozzina.


Chimamanda Ngozi Adichie ne “Il pericolo di un’unica storia” racconta che da bambina leggeva romanzi bellissimi, i cui protagonisti però erano tutti occidentali, bianchi e con gli occhi azzurri. Nel suo saggio, scrive: “Raccontare un’unica storia crea stereotipi. E il problema degli stereotipi non è tanto che sono falsi, ma che sono incompleti. Trasformano una storia in un’unica storia”.


E poi ancora Peter, un ragazzo nero cresciuto in un quartiere ad alto tasso di delinquenza al quale viene spesso associato, e Alejandro, che è riuscito a fare coming out in un ambiente ostile. Tutte e tutti, alla fine, dopo essersi svelati e raccontati chiedono a chi si sta appassionando alle loro storie: “Now, can you see me?”, ora mi vedi? Con questa campagna, Deloitte ha messo in luce l’urgenza di porre fine alla consuetudine di considerare le persone in base a una sola caratteristica che impedisce di conoscere ed esplorare le varie sfaccettature del loro carattere ed elementi interessanti della loro storia di vita. “Can You see me?” rappresenta un guanto di sfida ai pregiudizi che si annidano nelle nostre menti, uno spunto potentissimo per riflettere su quanto i canoni estetici e l’abitudine di definire una persona attraverso un’unica rappresentazione ci limitino nelle nostre relazioni con gli altri.

L’attivista e scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie ne “Il pericolo di un’unica storia” racconta che da bambina leggeva romanzi bellissimi, i cui protagonisti però erano tutti occidentali, bianchi e con gli occhi azzurri. Nel suo saggio, scrive: “Raccontare un’unica storia crea stereotipi. E il problema degli stereotipi non è tanto che sono falsi, ma che sono incompleti. Trasformano una storia in un’unica storia”.

Per sensibilizzare le proprie persone, Deloitte ha diffuso un toolkit per guidare i propri recruiter nel riconoscimento dei pregiudizi inconsci durante il processo di selezione. Il Beauty Bias, ad esempio, è un pregiudizio che ci porta a considerare vincenti le persone più vicine ai canoni di bellezza culturalmente imposti. Per sfidare questo pregiudizio, il toolkit consiglia ai recruiter di concentrarsi sulla descrizione del ruolo che il candidato deve ricoprire e di chiedersi se la valutazione sarebbe stata la stessa se avessero solo letto una trascrizione delle risposte della persona esaminata.

Il team DE&I di Deloitte Italy, inoltre, lavora dal 2018 sulla comunicazione di best practice, per trasmettere a tutto il network l’importanza di governare i propri unconscious bias e di mitigarne l’impatto che possono avere sugli altri. Nella fase di Onboarding, in cui i neoassunti vengono accompagnati nell’inserimento in azienda, partendo da un esercizio pratico, ad esempio, le persone vengono condotte alla scoperta dei propri bias personali, affinché la consapevolezza degli stessi sia solo il punto di partenza di un processo di sospensione del giudizio, sviluppo dell’empatia ed estirpazione dei pregiudizi.

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Author: administer