BELLO E ACCESSIBILE

Il nuovo modo di progettare il mondo

Di Alessia Lorieri e Tiziana Torres

E’ possibile progettare un mondo accessibile a tutti e anche bello? Cosa s’intende per accessibilità? Per dare risposta a questi interrogativi, in Banca d’Italia abbiamo organizzato il webinar “Bello e accessibile: il nuovo modo di progettare il mondo”, in cui relatori e relatrici autorevoli del mondo accademico e professionale hanno affrontato il tema nella sua multidimensionalità: come coniugare etica e tecnologia; come concepire e realizzare siti web, documenti e spazi accessibili a tutti, intuitivi, flessibili e dal design accattivante; come realizzare un’offerta informativa e culturale per il pubblico con disabilità sensoriali; come raggiungere un’esperienza estetica di qualità attraverso il tatto.

Ma andiamo per ordine. Come ci è venuto in mente di parlare di accessibilità e di bellezza? Perché, nello sforzo di ricercare soluzioni lavorative per tutti, ci siamo resi conto che si trattava di aggiungere e non sottrarre, di guardare alla complessità e non alla linearità.

Nel significato comune, l’accessibilità è la proprietà che devono possedere spazi – reali o virtuali – beni, servizi, mezzi di comunicazione, nonché le relazioni, per poter essere fruiti dalle persone. L’ONU, nella Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, promuove un approccio sistemico nella definizione di disabilità: non è una condizione dell’essere umano, ma il risultato dell’interazione tra le persone e le barriere comportamentali e ambientali che possono ostacolarne la piena ed effettiva partecipazione nella società su una base di eguaglianza con gli altri.

È un tema che negli ultimi anni ha assunto una certa risonanza, non solo perché sta conquistando sempre più spazio nella normativa internazionale, europea e nazionale, ma anche perché riguarda la nostra vita quotidiana e attiene alla creazione di condizioni a tutela della dignità della persona, dell’esercizio dei diritti e delle pari opportunità. Parafrasando Thich Nhat Hanh – maestro zen che ha coniato il termine inter-essere – potremmo anche dire che la disabilità “è” perché le cose “sono” inaccessibili, dunque “non-abili” a svolgere appieno la loro funzione. Pertanto, è alla relazione persona-ambiente che dobbiamo guardare. È un salto di qualità radicale che dovremmo trasferire dal piano filosofico, simbolico e dei diritti esigibili a quello dell’applicazione pratica, dell’agire quotidiano, per superare le “barriere disabilitanti”. Dobbiamo sfatare due falsi miti. Il primo è che l’accessibilità abbia a che fare unicamente con le necessità della disabilità fisica. È una visione parziale. L’accessibilità nella sua forma qualitativa più alta è, invece, possibilità di utilizzo da parte di tutti, anche bambini, anziani, donne incinte, genitori che spingono carrozzine e passeggini, persone con limitazioni temporanee. La pratica progettuale che ha questo obiettivo, trovare soluzioni fruibili dal maggior numero di persone possibile nella maniera più estesa possibile, è la cd. progettazione universale, detta anche universal design, design for all. Progettazione che non esclude dispositivi di ausilio per le persone con disabilità, ove necessari, ma che supera i confini dei progetti “speciali” – dedicati e a volte di ostacolo all’integrazione – e i limiti dei progetti “standard”, che utilizzano come riferimento l’adulto-medio-sano-maschio, il corpo normodotato.


È interessante come Banca d’Italia, con questo articolo, spinga chiaramente verso l’alto l’asticella della consapevolezza di cosa significhi realmente tendere a un’accessibilità universale, che vada oltre paradigmi considerabili superati e si mette a disposizione di tutt* e di ciascun*.


Secondo mito da sfatare: l’accessibilità ci costringe a soluzioni esteticamente sottrattive. Il design for all si ispira a un significato più profondo di bellezza, in quanto più profonda è la considerazione dell’altro, e può tendere ai più sofisticati canoni estetici. Ci fa abitare spazi dove chiunque può andare e venire liberamente, star bene, lavorare, apprendere, vivere la bellezza, incontrare e dialogare con gli altri; agorà sociali e relazionali che permettono a tutte e tutti di vivere in maniera autonoma e partecipare pienamente alla vita sociale. Oggi definiremmo questi spazi “smart”: spazi intelligenti e democratici perché vanno incontro ai bisogni di tutte le persone. Dunque, se non è “bello e accessibile” non è design for all.

Si tratta di immaginare e progettare il mondo coniugando etica, creatività, innovazione, emozione e bellezza con la funzionalità. Si tratta di includere e non escludere, perché la meraviglia che l’incontro con la bellezza genera in noi è un diritto di tutte le persone e, come dice Dostoevskij, “il mondo sarà salvato dalla bellezza”.

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Author: administer