AGOS ARTE, UN PROGETTO CHE DURA NEGLI ANNI

La bellezza: un tema così ampio e ricco di sfaccettature, da sempre.

Fino al Settecento il bello è stato parte dei tre generi supremi di valori, assieme al vero e al bene. Questo lascia spazio a un’infinità di riflessioni, ma una su tutte è quella che più ci piace considerare:per quanto è varia, la bellezza può essere considerata la massima espressione del concetto di inclusione.

Provate a pensare a quanti cuori pulsano sul nostro piane- ta, a quanti occhi ogni giorno riconoscono in qualcosa “il bello” che, per qualcun altro, altrettanto bello non è. Facendo una rapida ricerca in rete alla voce “bello” troviamo una descrizione molto semplice: “Capace di provocare un’attrazione fisica o spirituale fine a sé stessa, in quanto degno di essere ammirato e contemplato”; e alla voce “brutto” un evidente contrario, ossia: “Che risulta sgradevole o suscita contrarietà o repulsione sul piano dell’istinto o del giudizio estetico”.

Colpisce positivamente vedere collocati sullo stesso piano istinto e giudizio estetico perché, se ci pensiamo, nulla è davvero bello oggettivamente: ognuno di noi è dotato di un pensiero unico, condizionato volente o nolente da vissu- ti propri e canoni di riferimento, che mutano nel tempo e hanno innegabili effetti sul nostro personale modo di guar- dare al mondo e di sentire.

Sentire, esatto! Perché quando guardiamo qualcosa o qual- cuno, questo sguardo genera in noi un’emozione positiva o meno, un’emozione che porta o a volerci avvicinare a quel qualcosa, persona o un oggetto, o ad allontanarcene. Pensate all’amore: quando siamo innamorati diventiamo capaci di vedere nell’altro/a bellezze, anche solo piccole sfumature, che altrimenti passerebbero inosservate; detta- gli che ribaltano in un attimo ogni regola, ogni convinzione e ci incantano, come quando siamo alla guida e scorgiamo il mare: non possiamo evitare di accostare l’auto per ammirarlo.



Ricostruzione dello studio di Francis Bacon di Reece Mews, 7 – Londra, usato dal 1961 al 1992

Spiegare perché definiamo “bello” qualcosa è forse tra le cose più difficili da fare, per questo, forse, l’essere umano cerca di raccontarlo con strumenti alternativi alle parole: sapevate che la prima opera d’arte risale a 500.000 anni fa? Ebbene sì, si tratta di una conchiglia lavorata da un Homo Erectus, che presenta alcune incisioni geometriche, generalmente interpretate come indicative di cognizione e comportamento, propri dell’uomo moderno.

Da allora le forme di espressioni artistiche sono diventate innumerevoli: pittura, scultura, architettura, letteratura, musica, danza, teatro, cinema, fotografia… forme d’arte che nel corso del tempo si sono trasformate, gradualmente o in modo radicale, ma sempre mosse dall’unico obiettivo di tentare di esprimere l’emozione provata dall’artista, rendendola in qualche modo tangibile.


Attraverso l’analisi di famose opere d’arte, l’esperto Roberto Bracco accompagna le persone
di Agos alla scoperta dei molteplici significati della parola bellezza, declinati in differenti modi a seconda della passione che li anima.


Ora proveremo ad approfondire quest’ultimo concetto, condividendo l’analisi di alcune opere che “sposano” l’amore e il bello, curata dall’esperto d’arte Roberto Bracco: collaboratore di Agos che, da anni, promuove e guida il progetto “AgosArte”, accompagnando tutti i colleghi e le colleghe interessat* in preziose visite guidate, ove possibile, o raccontando pagine di storia dell’arte nella rubrica podcast a sua cura.

Portiamo quindi alla vostra attenzione due esempi di ritratto che gli artisti hanno fatto della persona amata. Probabilmente da queste rappresentazioni ci aspetteremmo una valorizzazione della bellezza “classica” enfatizzata dall’amore provato che, come detto, porta ognuno di noi a cogliere dettagli nell’altro/a che fuori dall’incantesimo non vedremmo.

Questa bellezza la vediamo facilmente nei ritratti di Tamara de Lempicka: Portrait of Ira P. (del 1930) dedicato alla sua amante oppure Myrto (del 1929) dove le due donne vengono rappresentate in un momento di intimità e tenerezza. Già sposata con il primo marito e madre di Kizette, Tamara de Lempicka solo all’inizio degli anni ’20 scopre di provare attrazione anche per le donne. Conosce Ira Perrot in quegli anni, una giovane benestante e sua vicina di casa a Parigi, che Tamara ritrarrà più volte con gli occhi della giovane innamorata. Ma se poi ci soffermiamo sugli innumerevoli ritratti che Francis Bacon fa di George Dyer, suo modello e amante per otto anni, il nostro pensiero di primo acchito è ben diverso. Siamo di fronte a vere e proprie creature “mostruose”, trucidi ammassi di carni deformi. Eppure le fotografie di George mostrano un giovane tutt’altro che brutto, anzi, un ragazzo di bell’aspetto con una solida muscolatura da pugile.

Bello, dannato, instabile e insicuro George Dyer conduceva una vita da sempre in bilico tra nuvole di oppiacei, fiumi di alcool e montagne di ansiolitici. La relazione tra i due fu tutt’altro che romantica, bensì turbolenta e dalla violenta passionalità. Erano due facce della stessa medaglia, e Bacon continuò a ritrarre il proprio amato anche dopo la sua morte, avvenuta nell’ottobre del 1971 per un mix letale di ansiolitici e sostanze stupefacenti a pochi giorni dall’inaugurazione di una celebre retrospettiva organizzata da Bacon stesso al Gran Palais di Parigi, continuando a onorarne la memoria e il ricordo secondo quelli che erano i suoi personalissimi canoni estetici.

Le opere che vi abbiamo raccontato e le storie che in esse sono celate, sono non a caso storie di amore omosessuale. Le abbiamo scelte perché non vogliamo perdere neanche un’occasione per sottolineare che, a prescindere dall’orientamento affettivo, dal genere, dalla provenienza culturale, a prescindere da qualunque caratteristica personale o differenza, le emozioni che proviamo sono le stesse, ugualmente complesse e ugualmente potenti. Nessuna di esse è più pura o più valida di un’altra.

Ed è questo il bello.

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Author: administer