DI ADOZIONI INTERNAZIONALI…e altre sfide

di Arnaldo Funaro

Se pensate che partorire sia doloroso, provate ad adottare”.

La persona che ha formulato questa frase è la stessa che sta scrivendo ora. Per chiarezza: è tutto vero.

Adottare in Italia è un parto, ma con doglie lunghe anni, condivise da entrambi i genitori e costellato di ostacoli tutti di- versi e difficili da superare.
Se ne sapete un minimo di adozione, non vi sarà difficile immaginare cosa significhi unire un’idea come quella di avere una famiglia a una serie di procedure insindacabili, dalle visite mediche agli incontri con gli assistenti sociali (dove finisci per fare tu da psicologo a loro, perché sono vicini al burnout), passando per i pregiudizi dei familiari che, a volte, non com- prendono (se non addirittura rifiutano) questo percorso, soprattutto quando vengono coinvolti per firmare i documenti con voi.

Proprio così: parliamo di un minore che ha già subito un abbandono e le istituzioni vogliono essere sicure che, qualora succedesse qualcosa ai futuri genitori, la rete familiare sia pronta ad accogliere questi figli come qualsiasi altro bambino o bambina uscito da una pancia e non dal Tribunale dei minori.

C’è però un altro ostacolo, il più difficile da superare: noi stessi.
Come genitori adottivi, cadiamo velocemente nel vittimismo. Questa inclinazione è la miglior alleata di un’attesa lunga e sofferta, quasi come i tempi supplementari di una finale di Champions dove sei in vantaggio, ma non hai più fiato e gam- be.

E allora, come si fa a superarlo? Come si inganna il tempo? Io le ho provate tutte.
Ho aperto una pagina Facebook – Un bimbo mi aspetta – per sentirmi meno solo, e ora fatico a rispondere a una community di quasi trentacinque mila “partorienti adottivi” in preda alle doglie.

Ho mangiato come se non ci fosse un domani: tanto che, dopo soli due mesi, sembravo all’ottavo di gravidanza.
Ho iniziato a correre giusto per perdere i venti chili presi in onore degli altri venti chili, quelli delle carte da firmare per il giudice onorario e l’ente con cui avrei adottato, all’estero.

Ho provato a imparare il cinese con la ferma intenzione di farmi capire il giorno in cui sarei andato a prendere mia figlia. Un fallimento. Ancora oggi so dire solo “arrivederci” e “grazie”.

Parlo cinese come uno scontrino.
Ma la cosa che più ho fatto, in assoluto, è stato imparare a riderci sopra.
E sapete cosa c’è? Quando ci si diverte il tempo passa prima. Ridere è stato il modo più bello per accorciare i trecento quindici milioni trecento sessanta mila istanti che mi hanno separato da mia figlia.
Lo so, sono una brutta persona. Me lo ha fatto capire anche lei al nostro primo incontro, in Cina.

Alla mia vista è scappata lungo il corridoio dell’hotel urlando e piangendo disperata, battendo i pugni sulle porte. Aveva diciotto mesi. Altro che abbandono:eravamo sul set di Shining.

Ho cercato un po’ di conforto nella nostra interprete chiedendo se fosse una reazione normale.


“Questa bambina non ha mai visto un uomo occidentale così brutto”.

Grazie e arrivederci, interprete. Ma in fondo dovevo essere un buon padre, non un bel padre. Quindi mi sono messo l’anima in pace e ho iniziato a costruire il rapporto con mia figlia, e ce l’ho fatta attraverso i Lego. Mattone dopo mattone. Era il solo momento in cui accettava la mia vicinanza e anche quello in cui sono iniziate le domande scomode.


“Papà, ma perché non mi somigli per niente?”.


“Papà è caduto dal seggiolone da piccolo”.


“Devi esserti fatto molto male”.


Prima cosa da fare nella lista di un bravo genitore: insegna a tua figlia ad andare in bicicletta cos’è l’ironia.


“Papà, perché a scuola mi chiedono dove sta il mio vero papà?”


Voglio proprio sapere cosa avreste risposto voi.


Ma intanto mi prendo qualche riga per dirvi cosa ho pensato io, nell’ordine:


1. Dobbiamo cambiare classe, ma la domanda resterà tale e quale;


2. Dobbiamo cambiare scuola, ma la domanda resterà tale;

3. Dobbiamo cambiare paese, ma la domanda resterà tale e quale;


4. Dobbiamo cambiare pianeta, ma non potrei più vedere le partite della Roma, quindi è escluso.

Andava trovata una risposta, dicevo, ma la risposta non c’è.

Ne esistono tante consigliate da conoscenti, amici, parenti, preti, assistenti sociali, psicologi, laureati della vita, meme su internet, scritte sui muri. A pensarci bene ne esistono troppe e tutte sbagliate.

L’unica vera risposta non è nelle parole, ma nei baci e negli abbracci, nelle lotte sul lettone, nelle notti insonni quando lei ha la febbre o gli incubi, nei no che fanno crescere e soprattutto nei sì che fanno sentire i bambini amati come figli.

Così, quando mi ha chiesto: “Papà, ma perché a scuola mi chiedono dove sta il mio vero papà?”

l’ho abbracciata e le ho sussurrato: “Perché da piccolo sono caduto dal seggiolone e non sono bello come te”.

CONSIGLIO DI LETTURA

Arnaldo Funaro, Un bimbo mi aspetta, LOG, maggio 2017

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Author: administer