SOUL KITCHEN

REGIA DI FATIH AKIN.
CON ADAM BOUSDOUKOS, MORITZ BLEIBTREU, BIROL ÜNEL, ANNA BEDERKE, PHELINE ROGGAN. GENERE COMMEDIA GERMANIA, 2009.

Soul kitchen, del regista turco-tedesco Fatih Akin, è una commedia che richiede un piccolo sforzo per superare quel tanto di apparente demenzialità che, invece, è la ciliegina sulla torta – o la curcuma sulla

pizza per rimanere in tema – che corrobora l’avanzamento dell’azione narrativa.
Alla periferia di Amburgo, il cuoco di origine greca Zinos possiede in un capannone un infimo ristorante chiamato Soul Kitchen, i cui rozzi clienti abituali sono interessati solo a tracannare birra e ingurgitare piatti surgelati o preconfezionati. Attorno al Soul Kitchen ruota il microuniverso di Zinos con i relativi problemi: l’ambiziosa e viziata fidanzata Nadine che parte per la Cina, il fratello Illias in libertà vigilata con il vizio del gioco, la cameriera Lucia aspirante artista che vive in un appartamento occupato abusivamente, Neumann bifido ex compagno di scuola disposto a tutto pur di comprare il locale e rilevarne il terreno, il vecchio, irascibile e saggio Socrates che abita una parte del capannone e non paga l’affitto, il cameriere-musicista di una band rock perennemente in cerca di un luogo dove provare, i minacciosi funzionari del fisco e dell’ufficio di igiene… Un’ernia al disco improvvisa impone a Zinos delle sedute di fisioterapia e gli impedisce di cucinare, così finisce per assumere un nuovo cuoco esperto di haute cuisine che, dopo il boicottaggio iniziale da parte dei clienti abituali (“razzi- sti del palato”), trasforma il ristorante in un locale di successo capace di offrire ottimo cibo e buona musica dal vivo. L’ernia del protagonista si aggrava nel corso del film e, parallelamente, tutto implode e sembra volgere al peggio, ma una speciale seduta di fisioterapia sarà la chiave per sciogliere il garbuglio. Va detto che i principali elementi multiculturali su cui ruota il film con gag e risvolti amorosi e familiari, sono il cibo e la mu- sica, come dice in prima battuta proprio il titolo. “Soul kitchen”

fa infatti riferimento contemporaneamente a un genere musicale e all’ambiente in cui si prepara il cibo, segnalando che entrambi – cibo e musica – sono luoghi dell’anima, ovvero che parlano la lingua dei sentimenti – e quindi delle tradizioni, degli umori, delle aspirazioni – sia di chi li “cucina”, sia di chi li gusta. Ecco spiegato il ruolo decisivo della colonna sonora sottesa lun- go tutta la pellicola, che accompagna lo spettatore con una ricca playlist e propone, in modo mai casuale, musica soul, funky, sirtaki, rebetiko, jazz, pop, rock, house… Il regista dichiara in modo esplicito la propria competenza di esperto dee jay e di- spiega con classe tutto il proprio scibile offrendo un commento musicale che evidenzia, oppure contrappunta con ironia, i con- tenuti delle diverse scene. Per esempio, il motivo “la paloma” (la colomba) cantato da Gabriella Ferri compare quando Nadine confessa a Zinos la propria paura di volare (reale e metaforica) la sera prima di trasferirsi a Shanghai, e torna attraverso un organetto a molla quando ormai è volata via e Zinos la pensa. Un magnifico pastiche musicale che è rivelatore della gradevolezza e della ricchezza insita nella varietà delle differenti culture musicali e anche, a volte, delle loro riletture.

Lo stesso discorso vale per il cibo, espressione di culture e subculture diverse, in grado di comunicare valori della tradizione, ma anche di innovazione e creatività, di apertura, di qualità della vita (a partire dalla bontà degli ingredienti) e di gioia di vivere (anche senza arrivare necessariamente all’ingrediente afrodisiaco, che pure è la chiave di un momento clou ed esilarante del film in cui cibo, alcool, musica e danza aprono a piaceri e godimenti assolutamente fisici).

Lo chef zigano assunto al “Soul kitchen” è l’espressione di chi vive sentendosi in viaggio verso sempre nuove destinazioni e, come tale, è capace sia di difendere la tradizione – viene licenziato in tronco da un ristorante chic perché si è rifiutato di servire un gazpacho caldo! – sia di creare nuove ricette, di rivisitare e rivitalizzare quelle svilite dall’abuso e ormai desemantizzate. Del resto la cucina, come la musica, è un linguaggio, dove ingredienti e note compongono significati. Zinos, la cui ernia è il segnale narrativo evidente di un carico eccessivo, crescerà nel corso del film passando da una cucina sciatta e preconfezionata a una cucina curata e creativa, appresa lavorando con Shen. Crescerà come cuoco e non solo, ovviamente. Sempre a proposito di multiculturalità, il regista non si lascia distrarre dai guai del protagonista e ci presenta via via ambienti emblematici di culture, valori e stili di vita diversi che si intrecciano, si contaminano o corrono paralleli: l’ospedale immacolato dove Zinos non può permettersi di esser curato perché non ha l’assicurazione, i grattacieli direzionali dove lavora il perfido Neumann, gli edifici abbandonati sede di squatter, i parcheggi coperti che sono luoghi di prostituzione, una discoteca del centro, le vie di Amburgo affollate di insegne, il quartiere dove risiede Kemal “lo spaccaossa”… Proprio entrando nell’abitazione del chiropratico si percepisce un mondo a parte dove la moglie, coi capelli celati da un foulard, offre il tè ai pazienti in attesa del proprio turno di fronte a una televisione che trasmette solo canali turchi.

Il mondo rappresentato da questa pellicola è dunque una società multietnica dove l’emancipazione sociale viene affrontata

col sorriso – grazie al genere commedia – e attraverso il tema della musica e del cibo che portano, sembrerebbe, verso un consapevole edonismo. I margini di una società multiculturale sfumano nell’atmosfera disinvolta e conviviale del Soul Kitchen. Non mancano stoccate a una società in cui il sesso è anestetizzato dal Valium, contrapposta a sedute di fisioterapia o cibi che sanno risvegliare sensi e fiducia. Come a dire che il benessere passa attraverso qualcosa di fisico, come pure attraverso il coraggio di rischiare, negli affetti. È questa la direzione scelta da Zinos per essere felice.

Con una regia dinamica, attenta a relazionare i movimenti dei personaggi e i movimenti di macchina al ritmo dei brani della colonna sonora, introducendo anche gag mimiche al limite dello slapstick, Akin centra l’obiettivo di una pellicola godibile, sottilmente sofisticata e ricca di spunti.

Alla 66a Mostra del cinema di Venezia “Soul Kitchen” vince il 2° premio della giuria e un caloroso successo di pubblico, probabilmente perché è una storia polifonica con più di un’anima e tanti temi, temi nel 2009 ancora sottotraccia nella cultura di massa.

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Author: administer