MANDELA

Rubrica diritti

Silvia Camisasca

Nella vita di coppia, all’interno delle comunità, tra Stati e tra governi: a tutti i livelli sperimentiamo ogni giorno quanto sia prezioso il dialogo. Ma assistiamo anche a quanto sia arduo ricomporre fratture di relazioni un tempo inossidabili.
Infine, sappiamo quanto spesso sia problematico perfino tentare un dialogo, soprattutto con chi non conosciamo e pretendiamo di catalogare in base al poco che vediamo: lingua, provenienza, tradizioni o religione. Elementi esteriori, legati alla nostra percezione, su cui costruiamo l’identità dell’altro e, se caratterizzati in senso per noi negativo, aumentano la nostra diffidenza e circospezione, finendo per opporre resistenza al dialogo.
È uno schema mentale ordinario, che scatta come meccanismo di difesa della nostra identità rispetto a contesti che ci costringono a fare i conti con le diversità: “Una ricchezza antropologica, anche se fatichiamo a riconoscere che esiste un vero e proprio diritto ad essere se stessi e diversi gli uni dagli altri” riflette Pierluigi Consorti, professore ordinario all’Università di Pisa e Presidente dell’Associazione dei docenti universitari del- la disciplina giuridica del fenomeno religioso (ADEC). Consorti, noto per i suoi studi in materia di trasformazione dei conflitti, molto si è speso per rendere il Centro interdisciplinare di Scienze per la pace, che ha diretto per anni, la realtà italiana più solida nel campo dei Peace Studies, disciplina accreditata in tutto l’Occidente, ma ancora percepita in Italia come una scienza naif. Riconoscere i diritti delle diversità implica una maturità civile apparentemente innaturale, poiché comporta l’accettazione, affatto facile, di un’uguaglianza sostanziale di tutti gli individui: “Nei secoli abbiamo sviluppato uno schema culturale che porta a guardare ai conflitti secondo la logica vinci/perdi, alla base delle guerre ‘tese’ alla pace per la quale, invece, occorre un altro strumento: il dialogo” spiega Consorti.
Ma è sempre possibile dialogare? Ad esempio, coi talebani afghani non bisognerebbe subordinare il dialogo al rispetto di certe condizioni?

“L’idea del ‘dialogo condizionato’ non ci aiuterà. Lo sforzo è proprio nel coraggio di entrare in relazione soprattutto con chi ci è molto distante. Il che non significa giustificare o legittimare, tanto meno la violenza; tuttavia, rimarrà solo questa, chiudendo ogni altro canale di confronto”.

Certe asprezze sono anche frutto dell’ideologia che i ‘diversi’ si debbano omologare a noi, in quanto minoranza subalterna: insomma, si possono accettare, purché pochi, silenziosi e, possibilmente, confinati.

“La pretesa occidentale di esportare ovunque democrazia, mercato e una certa lettura dei diritti universali si scontra con la realtà umana delle diversità. I diversi non sono pochi: tutti in definitiva lo siamo, essendo il frutto originale di tante variabili unite dalle circostanze della vita” continua l’esperto. Viene da chiedersi perché, allora, ostacolare i diritti altrui? Forse perché avvertiamo la dimensione oppositiva della diversità e temiamo il conflitto, benchè abbia anche fatto crescere l’umanità: “Pensiamo all’abolizione della schiavitù o al riconoscimento dei diritti delle donne: sono conquiste giunte da rivendicazioni aspre, nate dalla mancanza di riconosci- mento delle stesse” osserva Consorti.

Per interrompere la spirale di violenza, qualcuno, per primo, deve spostare il piano del confronto, come hanno insegnato Gandhi e Mandela. La non violenza è praticabile?
“Certo: sarà il nostro cambiamento a determinare quello de- gli altri. È un processo lunghissimo che, tuttavia, offre già un risultato immediato: l’esperienza di un nuovo modo di stare al mondo, convivendo meglio e in pace”.

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Author: administer