IO SONO TANTE E SONO UNA

Rose Cartolari

Tanti mi chiedono “di dove sei?” E non so come rispondere. Sono nata e cresciuta in India, ho vissuto in Indonesia e in Somalia e ho fatto l’università negli Stati Uniti (di cui ora sono cittadina). Ho sposato un italiano e, 5 anni dopo, mi sono trasferita in Italia. Poiché ho tra- scorso la maggior parte della mia vita, in particolare gli anni importantissimi dello sviluppo, al di fuori del paese dei miei genitori, ufficialmente sono classificata come “ragazza di terza cultura”.

Ma cosa significa? Innanzitutto, quando le persone domandano da dove vengo, non ho mai una risposta facile e, come quei camaleonti che cambiano colore sulla base dell’ambiente in cui si trova- no, la mia risposta cambia a seconda del momento.

L’Italia è, oggi, il paese dove ho vissuto più a lungo (25+ anni). Ma gli Stati Uniti è dove ho vissuto per 15 anni, dove ho svolto la maggior parte del mio studio universitario e post-laurea, dove ho avuto le mie prime esperienze lavorative. È il Paese nel quale mi identifico di più per mentalità, cultura e modo di essere. Ma dentro di me c’è un mondo più ampio. Come posso non riconoscere quanto si- ano profonde le mie radici indiane e la mia infanzia indonesiana, e quanto mi abbiano influenzata? O la Somalia che mi ha esposta a orizzonti completamente nuovi. Ognuna di queste esperienze e culture è parte forte del tessuto che mi rende chi sono oggi, del mio vocabolario cognitivo, visivo, emotivo. Ma di certo non posso dire che appartengo completamente a nessuno di questi paesi. Piuttosto, direi che la mia famiglia si è tuffata in culture diverse, assorbendo voracemente il meglio da tutte con sti- li di vita e personalità. E, naturalmente, abbiamo condiviso la nostra cultura con tutti coloro che abbiamo incontrato e con cui siamo diventati amici.

In Indonesia sono cresciuta in una banda di ragazzini di quartiere, passando ore nelle risaie a caccia di libellule, mangiando gado-gado, e diventando esperta nell’intrecciare cestini e altri oggetti con le palme. Nella Somalia dilaniata dalla guerra, ho sentito mio padre parlare di come gli insurrezionisti avevano preso il controllo della Scuola Internazionale e lui, all’epoca il diplomatico più senior delle Nazioni Unite, abbia portato via il personale e gli studenti caricandoli nella sua auto un po’ alla volta. Nella nostra casa sulle bellissime spiagge bianche di Mogadiscio, vivevo accanto a un ghepardo (l’animale domestico adottato – illegalmente – dal nostro vicino di casa italiano), il che ovviamente mi faceva te- mere per i nostri dik-dik domestici, che vagavano tra il giardino e il deserto. Ovviamente, a quei tempi, non sapevo quale privilegio fosse tutto questo: era semplicemente la mia vita.

Per essere chiara: non tutto era fantastico, un sogno. Come per tanti ragazzi di terza cultura, le questioni di apparte- nenza, adattamento e come fare e rifare amicizia sono stati un ritornello costante della vita. Non ho avuto stretti legami con parenti vicini. Non ho amici che conosco da sempre. Rimbalzare in giro per il mondo è un’avventura, ma può anche farti sentire sola. La solitudine, la voglia di sentirmi ancorata, sono state costanti nella mia vita.

Sono abituata a ricominciare, sono abituata al disordine, a vivere con poca chiarezza e a non appartenere ad un gruppo o all’altro.

Oggi mi rendo conto dei numerosi vantaggi che questo mi ha portato: sono molto adattabile. Essere in grado di vedere e comprendere la situazione da diverse prospettive e punti di vista alternativi è una seconda natura per me. Sono abituata a vivere esperienze nuove in modo fluido e riesco a trovare modi per fare amicizia con tutti tipi di perso- ne. Trovo la capacità di “stare a cavallo” di culture differenti una risorsa enorme, che permette di essere capita, ma an- che di capire gli altri. E come quel camaleonte di prima, posso nascondermi nello sfondo quando ne ho bisogno.

Ma soprattutto, mi ha offerto la possibilità di parlare diverse lingue, di avere una rete mondiale di amici, e di integrarmi facilmente in ambienti e culture lontane. Questo contatto con così tante culture ha sviluppato in me un senso intuitivo di inclusione dell’altro e un’eleva- ta tolleranza per persone “diverse” non- ché la possibilità di ampliare la scelta di dove, come, cosa voglio fare.

Ed è questo il cuore della mia storia: quando rifletto, questo è il motivo per cui dobbiamo lavorare insieme.
Come educhiamo i giovani, noi stessi, la società in modo da massimizzare le opzioni e le scelte?

Come possiamo acquisire visibilità e acquisire molteplici prospettive e possibilità in modo da fare scelte deliberate e intenzionali piuttosto che essere costrittive? Certamente oggi, in un mondo di polarità crescenti, questa è una questione chiave in cui tutti e tutte dobbiamo essere coinvolti.

È questo il dono più bello di essere esposti a diverse culture.

Spread inclusion all around the globe

Author: administer