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Rubrica libri

OGNI MATTINA A JENIN SUSAN ABULHAWA

Siamo portati a pensare alla multiculturalità come a una questione di convivenza tra etnie diverse all’interno di uno stesso territorio e a come, questa commistione tra individui, tradizio- ni, culture possa diventare proficua.

Ma ci sono tuttora realtà posizionate molto più “indietro”, realtà fatte di muri che dividono persone e stati e che, quin- di, indicano una divergenza a monte, una non disponibilità a prescindere – alla possibilità di convivenza.

Se l’Apartheid sembra un ricordo lontano, da manuale di scuo- la, ci sono oggi situazioni che non sono
da meno. Una di queste, a noi molto vicina, è la divisione tra Israele e territori palestinesi, in cui il dialogo tra le due parti è a livelli paleolitici e il conflitto (armato e non) è all’ordine del giorno. Senza entrare nel merito di una situazione troppo complessa per descriverla in poche righe, c’è una recente opera di narrativa che, forse più di altre, è riuscita a catturare la rabbia, il dolore e l’assurdità di questa secolare volontà di non inclusione. L’autrice, Susan Abulhawa, come molte e molti palestinesi ha avuto un’infanzia dislocata.
Cacciata dalla propria casa dopo la Guerra dei Sei Giorni e cresciuta in un orfanotrofio di Gerusalemme, è riuscita fortunatamente a rifarsi una vita negli Stati Uniti e ora, come altri palestinesi, scrive e lotta per far sentire al mondo la voce del suo popolo oppresso.
Ogni mattina a Jenin segue le vicende di quattro generazioni di palestinesi nell’arco di una sessantina d’anni, dall’abbandono forzato del villaggio di Ain Hod nel 1948 (l’anno del Naqba, “la catastrofe”, l’esodo della popolazione araba palestinese dopo la proclamazione dello stato di Israele), al trasferimento nel capo profughi di Jenin, fino ai giorni nostri. A parlare è una ragazzi- na, Amal, che vive sulla sua pelle questa condizione di “senza patria” e, tra fratelli costretti a puntarsi le armi addosso, neonati rapiti e parenti che impazziscono di dolore, assiste alle terribili conseguenze di una guerra che si trascina da secoli.

Ciò che colpisce del romanzo è la grande e malinconica dolcezza, tipica della migliore tradizione letteraria araba: sembra di toccare con mano l’atmosfera incantata delle albe a Jenin, i profumi della vegetazione, l’amore e la disperazione di un popolo orgoglioso della propria terra e delle proprie tradizioni. “La nostra tristezza può far piangere le pietre,” dice Fatima, moglie di uno dei due fratelli di Amal. “È un amore che puoi conoscere solo se hai provato la fame atroce che di notte ti rode il corpo. Un amore che puoi conoscere solo dopo che la vita ti ha salvato da una pioggia di bombe o dai proiettili che volevano attraversarti il corpo.”

Si tratta di un libro potente, carico di spunti di riflessione. Se è vero, come hanno scritto Noam Chomsky e Ilan Pappé nel loro testo fondamentale, On Palestine, che la cosiddetta “soluzione dei due Stati” è fallace in partenza, Ogni mattina a Jenin ce ne dà la dimostrazione in chiave letteraria.
Non servirebbe dare una fetta di terre- no a ciascuna delle due parti, pensando così di cancellare il passato e chiudere il problema. Accettare il diverso come uno scomodo vicino di casa non è e non sarà mai la soluzione.

La situazione denunciata in questo libro è una fotografia al negativo del concetto stesso di inclusione, civiltà e, quindi, arricchimento. Ma l’amore che muove questo popolo povero, e i protagonisti di questo libro, chiude la riflessione su una nota di speranza. E, al di là della sua bellezza, il romanzo di Abulhawa ci fa capire anche come la letteratura giochi da sempre un ruolo importante in tutto questo: non solo per le riflessioni che offre, ma perché è in sé un atto multi culturale e inclusivo. Cos’è infatti la letteratura – dalle sto- rie di viaggio ai romanzi psicologici, dai gialli alla narrativa romantica, dai romanzi realisti fino ai fantasy e alle opere fantascientifiche – se non un tentativo di accostarsi ad altri mondi, fisici e non, per uscirne arricchiti? Cos’è un romanzo lucido, profumato e disincantato sul conflitto israeliano-palestinese, se non un tentativo di avvicinare le coscienze?

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Author: administer