DIVERCITTÀ

Silvia Camisasca

Il valore della diversità nelle città è un tema tanto unificante alla radice, quanto dicotomico nel dibattito pubblico, rigidamente polarizzato per affermazioni di principio e opportunità tra chi brandisce la diversità come origine di tutte le sciagure e chi la propugna come termine delle stesse. Nell’indistinto tra i due estremi, l’in- coerenza finisce per erodere i principi e l’opportunismo l’opportunità.

Ma perché e con quali conseguenze si genera questa dicotomia? E come arare un terreno di incontro, che sfami comunità in cerca di ben-essere? “Le parole nascono dalla realtà e, al tempo stesso, la generano: sono simboli concreti, appresi dalla madre per dare un nome alla realtà. La loro espressi- va astrazione unisce in un ossimoro chiarezza e complessità. Parlerei di diversità, sicurezza, intelligenza” spiega Marilù Chiofalo, PhD della Scuola Normale, professoressa dell’Università di Pisa, per un decennio Assessora della città e com- ponente della Commissione Istruzione e Pari Opportunità di ANCI.

Partiamo dalla diversità

“Diversità ha radice nel volgere in altra direzione per trasformare la realtà e creare cose né uguali, né simili, a ciò di cui abbiamo esperienza: la diversità ci porta, quindi, ad abbandonare il comfort del porto sicuro per navigare in mare aper- to verso mete ignote. In questo senso, porta intrinsecamente dentro di sé il senso di insicurezza (nell’etimo, senza cura), quasi dicotomico con la popolare idea di inclusione: non sorprende, dunque, come nel dibattito il valore della diversità rimbalzi dalla sicurezza all’inclusione, pur essendo altro rispetto ad entrambe.

La diversità non ha piuttosto il valore di cura e coraggio, entrambe con radice in cuore?
Ricordo che nella Giornata in memoria delle vittime migranti, e all’indomani di Youth4Climate, su SpotLight un superstite del naufragio del 3 Ottobre 2013 di Lampedusa, in un’inter- vista sulla più tragica strage del Mediterraneo, chiese all’Europa di ispirarsi alla gentilezza nelle politiche di accoglienza. Ma dove persino quella strage non è bastata, la pandemia ha potuto dare corpo alle parole coraggio e cura oltre la retorica, sbriciolando le nostre certezze, mentre ci chiudevamo dentro la sicurezza delle nostre case.

Nella corposa realtà, infatti, tutti noi abbiamo esperienza del valore delle diversità e lo apprezza per il tanto che implica. Sentiamo la potenza del poter risolvere un problema o creare un prodotto per sé o per altri, grazie ai nostri diversi talenti.

DIVERCITTÀ

Sentiamo anche la frustrazione, per dirla in metafora, di quando pretendiamo di serrare una vite a taglio, avendo a disposizione un cacciavite a stella. Ed ecco la terza parola: intelligenza.

Esatto. Nella teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner l’intelligenza di ciascuno/a è una composizione unica di tante intelligenze diverse, non misurabile con un QI. Il Nobel per l’economia Amartya Sen misura la ricchezza di una comunità non dal suo PIL, ma dalla quantità e diversità di capacità umane che lo determina. Un’idea coraggiosa, scalabile da una persona a una comunità, che, infatti, è intelligente se crea condizioni perché tutte le proprie diversità possano contribuirne allo sviluppo. Il valore delle diversità è, del resto, la strategia evolutiva con cui la natura riesce a superare le difficoltà, provvedendo a risposte multiple ed eterogenee a sfide sempre nuove.

Il che vale anche per il pensiero scientifico: senza sguardo critico a partire dai fatti, le differenze degenerano in discriminazioni che, nei loro rigidi stereotipi, ostacolano l’apertura alla comprensione, oltre a segregare le aspirazioni e le ispirazioni umane.

Avviene, per un verso, confinando le migranti al destino di badanti e i migranti nei campi del nostro Mezzogiorno, per l’altro, riservando funzioni decisionali a chi conserva plasticamente il sistema dominante. Di fatto, un’immane sottrazione quantitativa e qualitativa di risorse alla collettività.

Come, dunque, in una città la diversità diventa impropria- mente insicurezza o inclusione?
Quando rimane ai margini: un processo ad una sola via in cui le risorse sono invariate e spalmate tra più persone, in una competizione in cui si vince per affermazione di sé su altri. Ma la diversità esiste per stare al centro, non ai margini, e lì moltiplica energie e idee in un crescendo in cui si con-corre insieme all’obiettivo. La mia città di adozione, Pisa, è un crocevia di culture, un viaggio tra fasti del passato pre-Meloria e innovazione, è cosmopolita e territoriale, conservatrice e progressista. Quasi la metà di chi vi risiede non vi è nata: migranti da ogni parte d’Italia e del mondo impegnati nei servizi di cura, socio sanitari, informazione e ricerca. Lo fanno a livelli apicali e non in tre università e due decine di centri d’avanguardia distribuiti in un fazzoletto quadro.

Al termine dell’intervista con Marilù, ricordo le parole di Audre Lorde “Non sono le nostre differenze a dividerci, ma la nostra incapacità di riconoscerle, accettarle e celebrarle.”

MARILU CHIOFALO, Professoressa Ordinaria del Dipartimento di Fisica e componente del Centro Interdisciplinare di Scienze per la Pace dell’Università di Pisa, del Comitato dei Garanti dell’Unione Scienziati per il Disarmo e dell’Associazione Donne e Scienza. Assessora del Comune di Pisa nel decennio 2008-2018

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Author: administer