VITA, PASSIONE E MORTE DEL DDL ZAN

di Isabella Borrelli

Dopo più di un anno di dibattito, il 27 ottobre 2021 il ddl Zan è stato affossato al Senato della Repubblica italiana tra urla e applausi di una larga fetta di senatori e senatrici.

Quello che festeggiavano gli onorevoli era la morte di un disegno di legge che avrebbe esteso l’attuale legge Mancino relativa ai crimini di odio, anche a quelli di matrice omolesbobitransfobica, misogina e abilista. Il disegno di legge, inoltre, avrebbe istituito una giornata a scuola di riflessione sull’omolesbobitransfobia.
Il ddl Zan non è un disegno di legge avanguardistico. Così come non lo è la richiesta di riconoscere come crimine d’odio sistemico l’essere aggredita in quanto lesbica, per esempio.

L’Italia aspetta una legge simile da circa venticinque anni: nel 1996 con la proposta di Nichi Vendola e passando per un momento importante nel 2013 con il ddl Scalfarotto. Da allora sono passati sei anni prima che nel 2019 Alessandro Zan presentasse in Commissione Giustizia, alla Camera, un disegno di legge che porta il suo cognome, firmato da trentasei parlamentari del Partito Democratico – alcuni, poi, in Italia Viva.

È il 29 giugno 2020 quando il ddl Zan avanza alla Commissione Giustizia della Camera con 265 voti favorevoli, 193 contrari e un astenuto. Ad agosto inizia la discussione generale in Aula, interrotta dalla pausa estiva, e a ottobre dello stesso anno sono approvati i primi cinque articoli della legge insieme alla clausola “Salva idee”, introdotta da Enrico Costa, allora in Forza Italia, per rispondere alla richiesta, paradossale, che fosse salvaguardata la libertà di espressione.

Il 4 novembre 2020 il ddl Zan è approvato alla Camera, ma dobbiamo aspettare fino ad aprile 2021 perché la discussione del disegno di legge sia calendarizzata al Senato.

In questi otto mesi succede praticamente di tutto. In Europa viene dichiarata la LGBT+ freedom zone per esprimere l’impegno dell’Ue come territorio inclusivo e di tutela dei diritti dellə suə cittadinə. La proposta vuole essere una risposta alla grave situazione polacca ma, nel discorso di Ursula Von der Leyen, viene richiamata anche l’Italia in materia di diritti delle persone LGBT+.

La viralità di un video che mostra l’aggressione di due ragazzi omosessuali nella metropolitana di Roma, a marzo, infiamma il dibattito pubblico. Le dichiarazioni di solidarietà delle personalità politiche sono numerose, persino da parte di Giorgia Meloni. Vanity Fair lancia una challenge di sostegno con volti noti della società dello spettacolo, mentre l’onorevole Ostellari rifiuta in prima istanza di calendarizzare il ddl.

Superato il picco del dibattito pubblico, la politica torna a smantellare il ddl Zan e, tra pareri tecnici di associazioni pro-vita e personalità di dubbia competenza, sono presentati circa 672 emendamenti – ovvero richieste di modifiche – al disegno di legge.

Oggetto principale delle dispute sono la giornata a scuola dedicata all’omolesbobitransfobia e le definizioni di sesso, orientamento sessuale e identità di genere. Ai suoi detrattori, oltre a un compatto centrodestra costituito da Fratelli d’Italia, Lega Nord e Forza Italia, si aggiungono gli stessi “renziani” di Italia Viva, nonostante l’articolo 1 del ddl Zan sia stato presentato dall’onorevole Annibali, di Italia Viva. Così arriviamo al 27 ottobre 2021 dove, con voto segreto, il ddl Zan muore tra scroscianti applausi.

Il disegno di legge non passa per molti voti, più di quelli che erano stati stimati come contrari: nel segreto dell’urna ha perciò votato contro anche chi, pubblicamente, si era pronunciato a favore. Si tratta dei famosi “franchi tiratori” che con tutta probabilità erano anche tra le file del Partito Democratico.

Chi ha seguito per intero il percorso accidentato del ddl Zan non è probabilmente stupitə dal suo affossamento con voto segreto. A un centrodestra avverso e come sempre molto compatto, si è contrapposta una sinistra frammentata da cui è venuta meno in itinere Italia Viva.

Il neo partito di Matteo Renzi – che al momento del voto non si trovava in aula, ma in Arabia Saudita – ha spostato il proprio peso verso le posizioni di centrodestra utilizzando come scudo le perplessità sul contenuto del disegno di legge.

Al contempo, il dibattito pubblico attraverso la sfera mediale tradizionale (giornali, tv, radio) è stato prevalentemente occupato da chi era avverso alla proposta.

La stessa comunità LGBT+ non è stata quasi mai invitata a esporre le proprie idee in merito, paradossalmente nemmeno lo stesso Zan, se non di rado.

E quando è stata invitata sono state favorite personalità dal segno politico conservatore e funzionali a una certa rappresentazione stereotipata della comunità LGBT+.

Alle numerose attivistə, opinionistə, giornalistə e associazioni che animano il dibattito italiano sui diritti LGBT+ non è stato concesso spazio e voce.

Il tema della rappresentazione LGBT+ nei luoghi di potere e nei mezzi di comunicazione tradizionale è apparso quanto mai problematico, anche in relazione a uno spropositato spazio delle istanze conservatrici, a cui si è aggiunto il parere contrario e formale della Santa Sede esercitando, ancora una volta, le facoltà derivanti dai Patti Lateranensi.

Così, il dibattito è stato costruito in maniera faziosa e ideologica, facendo passare una legge di minima civiltà e tutele per una lotta avanguardistica del “gender”.

Ma di avanguardistico non abbiamo nulla: l’Italia si attesta al trentaquattresimo posto (su quarantanove) in tema di diritti delle persone LGBT+, come evidenzia l’ultimo report di ILGA-Europe, l’associazione europea che riunisce più di cinquecento associazioni LGBT+.

Intanto il mondo associativo e dellə attivistə della comunità LGBT+ ha deciso di riunirsi negli Stati Generali nelle prossime settimane e discutere criticamente in diversi tavoli di lavoro lo stato attuale – e rovinoso – del nostro Paese, per rilanciare #MoltoPiùZan, e cercare di ottenere quei diritti minimi, come il matrimonio egualitario e le adozioni, tra gli altri, per potersi sentire non più figli e figlie di uno Stato minore.

ISABELLA BORRELLI, 1989, Laurea specialistica in Scienze di governo e della Comunicazione pubblica, digital strategist & hacktivist

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