TRA DISABILITÀ E CULTURA

L’esempio della sordità

E’ possibile considerare la diversità culturale alla stregua di una disabilità?
Posta così, la domanda può apparire poco chiara. Avere una disabilità – o per meglio dire: vivere in una condizione di disabilità – significa avere qualcosa di meno (la menomazione) rispetto alla “persona media”, con salute media, senza particolari deficit di tipo fisico, sensoriale, intellettivo o psichico. Ma proviamo ad addentrarci in questa strada così (apparentemente) inusuale.

Prendiamo ad esempio una persona con deficit uditivo, con le protesi fissate al padiglione che provano a portare volume nelle orecchie indebolite e collochiamola in un negozio, mentre sta comunicando con il commesso: non capisce e non riesce a farsi capire, tanto è difficoltosa la comunicazione!

Altra scena: una persona che comunica attraverso la lingua dei segni utilizzando le mani con altre persone che adotta- no, ugualmente, una lingua visivo manuale: riceveremo sicuramente un’impressione di armonia. Magari è in corso una discussione accesa, eppure si stanno capendo. Questi due semplici esempi ci fanno capire come, fermo restando la menomazione sensoriale, a seconda del paradigma che adottiamo nel guardare, possiamo far prevalere l’aspetto medico della sordità o quello culturale.

Quando la sordità entra in una famiglia, il primo pensiero che i genitori hanno è quello di ripristinare una condizione di “normalità”, non fosse altro per il fatto che quasi la totalità dei nati sordi sono figli di udenti. Protesi e impianti cocleari, insieme a figure specializzate come otorini e logopedisti, rap- presentano l’universo che “spinge” la persona con disabilità uditiva verso il mondo normale, quello della parola pronunciata e sentita.

Per arrivare a considerare quel corpo con il sistema uditivo compromesso quale autentico “luogo” di comunicazione del sordo nel mondo ci sono voluti molti anni. Nel 1880, data simbolo per il mondo dei sordi, il Congresso di Milano stabilì che la lingua orale era da preferire al “gesto”.

Ci volle quasi un secolo affinché, grazie anche all’impulso dato da William Stokoe (linguista statunitense scomparso nel 2000, NdR) intorno agli anni ‘60, si guardò alla comunicazione visivo manuale alla stregua di un’autentica lingua con la sua ben definita struttura. Questi studi diedero nuova forza alla causa di tutti quei sordi e quelle sorde che, attorno alla L’esempio della sordità

Lingua dei segni, si consideravano comunità.
Per avere un’idea di come questa comunità sia autentico oggetto di studi antropologici, basti pensare che nell’isola di Martha’s Vineyard (Massachusetts), nel diciannovesimo se- colo, i sordi erano una minoranza molto cospicua, al punto che tutta la popolazione dell’isola era in grado di comunicare con loro tramite la Lingua dei segni. Un caso certamente li- mite, ma che ci fa ben capire come la funzione culturale della sordità può addirittura oscurare del tutto l’aspetto legato alla disabilità.
Non è questa la sede migliore per porci domande tanto affascinanti quanto complesse, come: la lingua dei segni può, a sua volta, essere ghettizzante?
È giusto che la scelta tra oralismo e lingua dei segni sia definita da altri?
È vero che le persone che si definiscono Sorde (con la “s” maiuscola) godono generalmente di maggiore autostima rispetto a quei sordi che vivono sé stessi come disabili?

Il fatto che tutti i Sordi del mondo siano accomunati dalla lingua segnica (in ogni Paese ha poi la sua differenziazione, pur mantenendo una base molto simile ovunque) è un fattore sufficiente per considerare “cultura” un mondo che però non ha territorio geografico di riferimento?

Queste domande ci aiutano a comprendere quanto i deaf studies abbiano contribuito allo sviluppo della cosiddetta “cultura sorda”. Ciò che io credo sia utile sottolineare, in queste pagine dedicate alla multicultura, è che, per estensione, la disabilità stessa può essere vista in modi differenti. Non solo come menomazione, ma come diversa cultura, come un significativo e aggiuntivo punto di vista.

Chi vive una condizione di disabilità deve trovare quotidianamente soluzioni differenti (rispetto alla popolazione senza disabilità) per raggiungere un determinato obiettivo. Ciò com- porta il dotarsi di una modalità di pensiero e di ragionamento diversi dal pensiero dominante.

Il programmatore con sindrome di Asperger, la ragazza con disabilità invisibile da DSA ne sono solo i più lampanti esempi.

Credo che se tra i due Poli (disabilità vs cultura) accettassimo una zona tropicale intermedia in cui i condizionamenti negativi (ovvero quelli di partenza) possono mostrarci anche soluzioni costruttive, un seme di differente pensiero capace di dare origine a steli di diverse “culture” sarà sotterrato, e un grande passo in avanti verso il vero progresso potrà dirsi compiuto.

Spread inclusion all around the globe

Author: administer