PAGINA CON VISTA | Rubrica di cinema

“UNA STORIA VERA” The Straight Story, di David Lynch, con Richard Farnsworth, Sissy Spacek, Harry
Dean Stanton, Everett McGill, Jane Galloway Heitz Commedia – USA, Francia, 1999

Di Paola Suardi

Il film si basa su un fatto realmente accaduto e racconta la storia di Alvin Straight, contadino dell’Iowa che, nel 1994 all’età di 73 anni, intraprese un lungo viaggio a bordo di un trattorino rasa erba per andare a trovare il fratello reduce da un infarto. Straight coprì in sei settimane la distanza di 240 miglia (386 km circa), viaggiando a cinque miglia all’ora (8 km/h).


Il titolo per la distribuzione in Italia sottolinea la cronaca e non aiuta a cogliere immediatamente alcuni elementi essenziali del film. Il protagonista si chiama Alvin Straight e “straight” significa “diritto”, “lineare”, perciò il titolo pone già l’accento sulla linearità di quest’uomo che, a volte, può manifestarsi come testarda caparbietà, ma anche volitività, onestà, capacità di andare dritto al punto. Oppure rigidità.

Non a caso all’inizio del film Alvin ha un cedimento e resta sul pavimento, impossibilitato ad alzarsi. Lo spettatore sente un tonfo sordo fuori campo e il protagonista viene mostrato per la prima volta mentre giace paralizzato, lungo disteso sul pavimento. A segnalare che Alvin è arrivato a un punto della sua vita in cui è bloccato, rigidamente incastrato tra ricordi, rimorsi, e il tenero affetto per la figlia che ha una disabilità, forse una forma di autismo.

L’altro elemento evidenziato dal titolo è che “The Straight Story” è una storia relativamente semplice, lineare appunto, che va dal punto A al punto B attraverso quello che è un classico road movie: anche l’inquadratura della striscia gialla di mezzeria, ripetuta più volte, rimarca visivamente che il percorso di Alvin, il suo procedere lungo le infinite strade della corn belt, è mosso dalla volontà di “raddrizzare le cose”, in primis la relazione con il fratello che non vede da anni a causa di attriti passati. Anche il paesaggio, inquadrato più volte dall’alto, insiste sulle linee verticali delle coltivazioni e costituisce un’indicazione chiara di come l’anziano Alvin vede il mondo.

Ma il percorso che Alvin compie per raggiungere il fratello è tutt’altro che straight, il viaggio è infatti metafora di una ricerca interiore e gli incontri durante il tragitto sono anch’essi simboliche tappe di riflessione per avvicinarsi gradualmente al ricongiungimento con il fratello. Così il primo incontro (una teenager autostoppista scappata di casa al quinto mese di gravidanza) è l’occasione per Alvin per ripensare alla forza che sprigiona una famiglia unita e trasmettere alla giovane questo valore. Il dialogo tra loro è asciuttissimo, breve e privo di ogni retorica, ma efficace; la mattina seguente la ragazza decide di tornare a casa. Alvin ha “raddrizzato” la sua storia… Successivamente l’anziano incontra un gruppo di ciclisti che lo supera – tutti nel film vanno più veloci di Alvin, tranne l’autostoppista e, quando li raggiungerà dove sono accampati, lo accoglieranno con un applauso.

Bere una birra con loro sarà l’occasione per riflettere sulla vecchiaia: “Ho visto quel
che c’era da vedere, ho imparato a separare il grano dalla crusca e a riconoscere le sciocchezze”, afferma Alvin; e prosegue “la cosa peggiore della vecchiaia è il ricordo di quando
eri giovane”. Ancora una volta parole essenziali, malinconiche
e che vanno dritte al punto. Il bilancio interiore di Alvin è netto.
Nel terzo incontro fa capolino il noto Lynch surreale: una
donna ha investito un cervo e si dispera istericamente – “Da
dove vengono i cervi? Io amo i cervi!” – perché è il quattordicesimo
che investe nel tragitto che compie ogni giorno per
andare al lavoro. Alvin la osserva e, quando se ne va, raccoglie
il cervo che diventerà la sua cena. As simple as that.
Disperarsi ormai non serve e c’è del meraviglioso e dell’utile
anche nel tragico, suggerisce Lynch.


Nella tappa successiva Alvin rischia un brutto incidente e deve fermarsi qualche giorno, ospitato da una famiglia molto gentile. Diviene chiaro a questo punto che l’odissea di Alvin, lenta e paziente, un po’ geriatrica certo, attraverso il cuore degli States, è anche una sorta di pastorale americana che raccoglie diversi aspetti sociali oltre a celebrare la natura e la vita semplice che unisce uomo e natura nel pionierismo americano, riproposto da Alvin nell’accamparsi, cenare attorno al fuoco, accettare ogni condizione metereologica.

Il veicolo di Alvin viene riparata da una coppia di bizzarri meccanici gemelli, che fa emergere – in modo manifesto anche se caricaturale – quanto la fratellanza porti in sé troppe affinità e non si possa sfuggire a questo legame: “Nessuno ti conosce come un fratello”.

Quando l’ospite di Alvin si offrirà di condurlo in auto a destinazione, il nostro risponderà “Sei un uomo gentile, ma stai parlando a un uomo testardo. Voglio finire il viaggio come l’ho cominciato”. C’è una tale grazia caparbia e dignità sommessa in Alvin.

E, dunque, il ritmo a cui si muove è una scelta, prima ancora che una necessità, e narrando questa storia Lynch compie l’elogio della lentezza e della tenacia: forse You never really understand a person until you consider things from his point of view. Until you climb inside of his skin and walk around in it. Atticus Finch, To kill a mockingbird
l’unico modo per dare un senso alla vita e trovare saggezza nel suo autunno?

Sta di fatto che l’unica volta che il ritmo accelera è quando si rompono i freni del trattorino e la velocità è immediatamente sinonimo di pericolo. Poche parole di commiato prima di rimettersi in strada: “Scrivici”, “Lo farò,
siete stati gentili con un estraneo”. Nell’incontro successivo con un veterano della Seconda Guerra Mondiale, emergono i fantasmi del passato di Alvin, soldato in quel conflitto e, attraverso la tristezza del protagonista, arriva con forza la convinzione anti bellica del regista.

Alla “confessione” tra i due veterani seguirà l’arrivo di un sacerdote, mentre Alvin si accampa in un cimitero e sta per coricarsi. Il sacerdote offre da mangiare – vi si potrebbe leggere un simbolo eucaristico? – ma Alvin ha già cenato e declina; segue un colloquio in cui il nostro protagonista racconta l’infanzia nel Minnesota, parla del fratello e culmina dicendo “Voglio fare pace con lui” e il sacerdote lo assolve: “E così sia”.

La parabola di ricostruzione di sé per ricucire col prossimo è compiuta, il giorno successivo Alvin arriverà dal fratello. L’incontro tra i fratelli è quanto di più asciutto e lineare si possa immaginare: “Hai fatto tanta strada con quel coso per venire da me?” “Sì, Lyle”. Ora i due possono tornare a guardare le stelle insieme, come da bambini, quelle stesse stelle che tornano più volte nel film, a indicare forse che solo dall’alto si riesce a leggere la storia di ciascuno di noi, minuscoli esseri, sulla Terra.

La riflessione finale è semplice, ancora una volta straight: pace e saggezza arrivano lentamente, ci vuole una vita.
Attraverso gli occhi malinconici del protagonista il regista ci mostra momenti, persone e natura con un’accurata lentezza di riprese, con un lirismo visivo rafforzato dall’interpretazione impeccabile di Farnsworth (che morirà un anno dopo), dalla musica perfetta di Angelo Badalamenti, ma ci dona, anche, un’elegia della vecchiaia, faticosamente consapevole e illuminata dalla forza caparbia di raddrizzare il passato.
Un film da vedere o rivedere assolutamente.

Spread inclusion all around the globe

Author: administer