LETTERA DI UNA PROFESSORESSA

Riflessioni sulla scuola di oggi a partire dalla generazione di Don Milani

Di Nicole Riva

Ci troviamo nel 1962 a seguire le trattative tra laDC e il PCI che riguardano la scuola italiana. Il 31
dicembre si giunge a un accordo con la legge n.
1859: nasce la scuola media unificata che permetterà,
a chiunque la frequenti, l’accesso alla scuola superiore.


Può sembrare una conquista quella della Nuova Media, ma a Vicchio, un paesino toscano situato nel Mugello, c’è una scuola diversa che non si accontenta delle briciole e, con un libro intitolato Lettera a una professoressa, punta a smascherare il sistema scolastico italiano cui brillano gli occhi solo per chi ha la fortuna di nascere nella famiglia giusta.

La scuola è quella di Barbiana, fondata da Don Lorenzo Milani. Il punto di vista è quello di chi, fino a quel momento, non ha avuto la possibilità di parlare, perché dalla scuola statale è uscito/a quasi analfabeta, e ora che è riuscito a imparare, vorrebbe diventare maestro/a.

L’ascesa alla cattedra, però, non è così facile perché il rischio, per un/a figlio/a di contadini, di rimanere bloccato a lungo nella stessa classe, è reale. Secondo le statistiche, durante l’anno scolastico 1963-64, gli/le studenti bocciati/e nella scuola dell’obbligo sono 1.031.000, tra loro ci sono anche Gianni e mio padre. Mio padre ha la fortuna di avere genitori lungimiranti e termina la terza media prima di andare a lavorare; Gianni invece, uno dei ragazzi della scuola di Barbiana, smette di studiare a 14 anni dopo aver bocciato l’esame da privatista e trova un lavoro.

Come insegnante precaria, questa lettera aperta scritta dagli/lle studenti al corpo docente è essenziale per la mia formazione. Sono passati sessant’anni, ma alcune situazioni che non andavano bene allora, le ritrovo ancora davanti agli occhi. Non è forse vero che molti studenti sono arrivisti? L’unico fine per lo studio è il voto, come se l’unica rappresentazione di sé fosse un numero ottenuto da una performance. Ho fatto tante volte in classe il discorso: “Voi non siete un numero, siete persone”, ma lo vedo – quando riconsegno le verifiche – che l’interesse va al giudizio e non all’imparare dai propri errori. Alla fine dell’anno mi chiedono se 5.5 è sufficiente o insufficiente, come se contasse solo la media e non il percorso. Chi mette in testa queste idee ai ragazzi e alle ragazze?

Un altro punto critico è il collegamento tra la scuola e la vita. I ragazzi di Barbiana lamentavano di fermare lo studio della storia alla Prima guerra mondiale; noi andiamo qualche decennio più avanti senza considerare tutto quello che è accaduto negli ultimi anni. I programmi sono stati sostituiti da Indicazioni Nazionali eppure, per alcuni docenti, sono un’ossessione. Oggi più che mai dovrebbe essere data maggiore importanza all’attualità, alla lettura dei quotidiani, alle opinioni degli/lle studenti: “Le menti non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere”.

Infine, ci sono i ragazzi e le ragazzeche nessuno vuole. Prima andavano a lavorare o approdavano a Barbiana; oggi vanno alle scuole private (se sono nati/e nella famiglia giusta) o continuano ad esser bocciati finché non “arriva” la dispersione scolastica. Lo dice l’art. 3 della Costituzione: bisogna “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”.

A volte gli/le studenti continuano a ripetere l’anno perché non sanno l’italiano, non sanno chiedere aiuto; a volte perché non studiano, ma prima di esprimermi per la bocciatura mi domando sempre: “Cosa ho fatto per aiutare quel/lla ragazzo/a?” oppure “Sono sicura che il suo comportamento non mascheri qualcosa?”, perché come scrissero i bambini/e di Barbiana: la scuola non può essere un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Facile insegnare a chi prende sempre 9. Per me la soddisfazione più grande è vedere i 4 migliorare fino a 6.

Lavoro nella scuola da tre anni, i colleghi dicono che la penso così perché sono giovane e che con l’andare degli anni perderò il mio entusiasmo: quel giorno cambierò lavoro. Purtroppo la scuola italiana conta anche docenti per ripiego, non li biasimo: lo stipendio c’è, un orario da diciotto ore la settimana (se non si considera tutto il lavoro di preparazione e correzione) e perfino la possibilità di lavorare come supplenti da graduatoria senza fare un colloquio.

A Barbiana dicono che se obbligassero gli insegnanti a fare più ore con un doposcuola per gli/le studenti che ne hanno bisogno, molti sparirebbero. Lo credo anche io.

Quello che mi spinge ad andare a scuola tutti i giorni è la passione per il mio lavoro anche se mi scontro, come il narratore del libro, con un sistema di reclutamento che mi fa storcere il naso: lui aveva la professoressa che lo bocciava alle magistrali, io attendo un concorso che permetta di stabilizzarmi come insegnante; entrambi ci ritroviamo a sacrificare gli approfondimenti che ci servirebbero per insegnare perché dobbiamo studiare su libricini sintetici.

Studio come un verme per essere valutata da un test a crocette, quando per me la scuola è molto di più, vado avanti formandomi con corsi a pagamento o infilandomi nelle liste con riserva. Sarò maestro e farò scuola meglio di voi, dice il narratore. La sua sfrontatezza mi dà la forza di continuare a inseguire il mio obiettivo.

NICOLE RIVA, 1991. Laurea Magistrale in Filologia
Moderna, Professoressa di Italiano, Storia e Geografia
nella Scuola Secondaria di Secondo Grado

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