VOTO AI SEDICENNI

DI ANTONIO ROTELLI, 1975, avvocato legista

La Costituzione Italiana stabilisce che sono elettori tutti i cittadini e le cittadine che hanno raggiunto la maggiore età, la quale non è stabilita dalla stessa fonte, ma dalla legge ordinaria. 

La maggiore età correlata al diritto di voto è stata modificata più volte, dall’unità d’Italia, abbassandosi progressivamente da 25 a 21 a 18 anni, con una ciclicità approssimativa di circa 50 anni che ha seguito i mutamenti politici, sociali e giuridici del Paese.

A distanza di ulteriori cinquant’anni il tema sta riemergendo sulla base della richiesta di far diventare elettori i 16 e 17enni, coorti che secondo alcuni sondaggisti avrebbero la tendenza a sentirsi impreparate e poco interessate al voto.

Per il momento in Italia la richiesta sembra estemporanea: negli ultimi vent’anni le proposte di legge per abbassare la maggiore età a 16 anni sono state in tutto quattro e nessuna nell’ultima legislatura; invece, sono circa due decine quelle che, in particolare nell’ultima legislatura (sull’onda dei Fridays for Future organizzati dai giovanissimi di tutto il mondo), propongono (o proponevano) di attribuire l’elettorato attivo ai cittadini che hanno compiuto il sedicesimo anno di età, limitatamente alle elezioni comunali o regionali o, in due proposte, a tutte le elezioni incluso il Parlamento (come avviene in Brasile, in Austria e a Malta), ma senza modificare la soglia della maggiore età.

Scindere la maggiore età dall’esercizio dell’elettorato è un’opzione, ma porta a contraddizioni e problematiche, dal momento che una persona sarebbe in grado di determinare le sorti del Paese, ma non potrebbe agire in piena autonomia per se stessa, nonostante vi sia un’evidente tendenza dell’ordinamento ad ampliare prerogative e diritti dei sedicenni in ordine al coinvolgimento e all’espressione della loro volontà nelle scelte che li riguardano e, più di recente, nel consenso digitale, divenuto tanto importante nelle nostre vite, mostrando così di ritenere i 16 anni un’età in cui, alla persona, possa essere riconosciuta la possibilità di scegliere per se stessa e transitare all’età adulta.

Anche la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che definisce “child” chiunque abbia meno di 18 anni, precisa che la legge statale possa stabilire un’età più bassa per il raggiungimento della maggiore età, mostrando che può essere messa in discussione l’età standard che la stragrande maggioranza dei paesi condividono a partire dagli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso come conseguenza dell’accresciuta scolarizzazione e sull’onda lunga dei movimenti giovanili che rivendicavano spazi di autonomia e di partecipazione alle scelte della vita pubblica.

Tuttavia, al momento la maggiore età si raggiunge a 16 anni in circa otto paesi e, in Europa, solo in Scozia. 

Merita tenere da conto che la Costituzione e le convenzioni internazionali, vietando la discriminazione in base all’età, richiedono che anche la scelta dell’età per diventare maggiorenni, passando per la messa in discussione di quella attualmente stabilita, sia ancorata a parametri non arbitrari, essendo in gioco diritti fondamentali posti a base della democrazia, come l’inclusione e il diritto di voto. 

Rispetto al diritto di voto, la prospettiva giuridica accennata si relaziona con la realtà socio-culturale della Generazione Z e dell’Italia.

Nel nostro ordinamento a chi può esercitare il diritto di voto non viene chiesto di essere responsabile, interessarsi di politica, informarsi e saper discernere. Sarebbe auspicabile che lo facesse, ma non sono previste sanzioni verso chi non si assuma le proprie responsabilità, dal momento che la democrazia e il suffragio universale incorporano questo rischio. 

I limiti che si imputano ai sedicenni (immaturità, impulsività, rischio di farsi strumentalizzare) non sono quindi difetti propri dell’età che scemano o scompaiono al compimento dei 18 anni, né sarebbero un nuovo rischio che l’ordinamento, come detto, non possa assorbire. 

Sarebbe, invece, piuttosto utile un rovesciamento della prospettiva per mettere a fuoco i limiti del sistema (e i correttivi necessari), in specie quello educativo, che viene valutato non in grado di mettere a disposizione dei ragazzi gli strumenti minimi di cittadinanza per stimolare l’interesse e far acquisire le conoscenze per la partecipazione più consapevole al voto a 16 anni, al termine dei dieci anni dell’obbligo scolastico. 

C’è poi un tema generale che riguarda l’invecchiamento della popolazione e del corpo elettorale, e si intreccia con l’attenzione storicamente scarsa verso i bisogni e le attese delle fasce giovanili, in un contesto in cui la rivoluzione digitale ha creato nuove competenze, opportunità e potenzialità, ma anche nuovi problemi. Le nuove coorti di età che verrebbero ammesse al voto rappresenterebbero poco più di un milione di persone (2,9% circa di elettori, pari alla percentuale degli ultra 85enni), con un peso non in grado di stravolgere la politica italiana, ma certamente importante per contenere lo sbilanciamento esistente.

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