CASSIOPEA

LA PAROLA DI OGGI: MAGISTERO. TRA VOLONTÀ E DESIDERIO

di Valeria Cantoni

Chi ha avuto un Maestro o una Maestra conosce l’emozione e lo stupore di questa mirabile esperienza. Ci si sente toccati dalla fortuna, un po’ scelti e un po’ capaci di scegliere quel Chi che può cambiare la vita, soprattutto quando si passa dall’età adolescenziale all’età adulta e poi dall’età post scolare a quella professionale. 

Quando si incontra un maestro si impara a costruire relazioni. Perché un maestro è tale solo se sa ascoltare e nell’ascolto, ossia nella relazione, riconoscere ciò che può far risuonare la mente e il cuore di un allievo. Ciò che può sollevare in lui o in lei un desiderio che va ben oltre la volontà del “si deve fare così”.

È raro nella vita trovare e soprattutto riconoscere un maestro, perché proprio quando le persone ne hanno più bisogno, quando sono nel pieno della propria progettazione esistenziale e professionale, cadono facilmente preda di quel pregiudizio cognitivo chiamato Effetto Dunning Kruger, un bias per il quale chi ha meno conoscenze pensa di saperne più degli altri. Il classico neofita che sa “quattro cose” e pensa di avere in mano il mondo, lasciando così scappare possibili maestri solo perché mettono in discussione le proprie zoppicanti certezze. Ci siamo passati tutti.

Maestro e allievo sono due posizioni che, tradizionalmente, sono state disposte l’uno in alto e l’altro in basso. Non erano in discussione i ruoli: l’uno insegnava e l’altro imparava. Eppure, non è andata proprio così, come ci fanno credere da una manciata di secoli, dalla nascita della scuola come la conosciamo oggi. Una scuola creata per formare buoni ragionieri utili alla fabbrica.

Se guardiamo le botteghe dove si sono formati Giotto, prima, e Raffaello poi, il maestro segnava la traccia, allenava all’abilità, proponeva uno stile, ma poi il lavoro era comune, tanto che a volte è difficile riconoscere chi ha fatto cosa. Questi maestri non si limitavano a insegnare un mestiere quanto, piuttosto, offrivano uno spazio ai propri allievi per sviluppare maestria fino a staccarsi dalla loro poetica e definirne una propria. Come Cimabue con Giotto o Giovanni Santi con il figlio Raffaello, che rimase orfano del suo “magister” all’età di undici anni – per poi andare a bottega dal Perugino mentre cercava ispirazione in Piero della Francesca e nel Bellini. 

C’è una bella differenza tra l’insegnante e il maestro. Il primo eroga informazioni e, così facendo, plasma la mente o le mani dell’allievo, in-formandole di nozioni o abilità. 

Abbiamo avuto tutti molti insegnanti. Persone che, in modo piuttosto unidirezionale, ci hanno modellati e modellate secondo una forma data e prestabilita come giusta e vera. Quella forma oggi così ben rappresentata dalle prove Invalsi o dai quiz a crocetta nelle business school, che sanciscono chi sa e chi non sa.

L’altro, invece, il maestro, è colui o colei che apre alla relazione, che non ha paura di venire toccato o contaminato dal mondo interiore degli allievi, che non cerca di “instillare” risposte e verità date ma porta la propria esperienza, parola che proviene dal latino experiri che significa sperimentare, ossia provare e sbagliare.

Il maestro, profondamente interessato a condividere interrogativi e cercare risposte insieme ai suoi allievi, non presenta una propria visione del mondo data e statica, non cerca di convincere a una personale spiegazione della realtà. Il maestro, l’antico magister, oggi così raro in epoca di iper specialismi e certezze vendute a caro prezzo, lascia spazio affinché ognuno indaghi per proprio conto il campo che gli è proprio (la vita intera o una preciso problema da risolvere), mosso dal desiderio di trovare e scoprire, al di là dei pregiudizi e delle opinioni ereditate. Il maestro non infantilizza gli allievi, ma li responsabilizza.

Il maestro è tale se trasmette il senso del porsi le giuste domande. Senza domande non c’è apprendimento, ci può essere solo addestramento, che va bene se si richiede alla persone di divenire buoni esecutori, ma non basta se si vuole sviluppare una società in evoluzione, capace di trasformare e creare cambiamento, non solo di subirlo.

Magistero dunque è il luogo ove imparare a farsi domande, dove stare abbastanza scomodi (non troppo, per non cadere nella frustrazione) tra il non so e il so, tra knowledge e ignorance, tensione che è alla base, per esempio, di ogni processo di innovazione.

Il magistero non è il luogo dove prendere un pezzo di carta che certifica il risultato del percorso, ma è il percorso stesso. Proprio come per l’Ulisse del poeta Kavafis: Itaca non è la meta ma il cammino stesso.

“Non affrettare il viaggio – scrive nella poesia Itaca – fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca. Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti”.

Il maestro offre l’opportunità del bel viaggio, non può fare altro e non ci si deve aspettare altro. 

Se si ha la capacità di cogliere ogni tappa di questo viaggio, ogni lavoro, mestiere, passaggio, ogni fallimento, ogni piccolo o grande successo come tesori accumulati, allora si può dire di avere avuto uno o più maestri. Perché dal maestro si eredita meraviglia, curiosità, spirito di avventura e desiderio, quel desiderio che spinge oltre le Colonne d’Ercole, oltre il limite, oltre la zona nota.

Incontrare un maestro è formativo, è emozionante, è faticoso. Ma, al contrario di quello che si dice, che il maestro vada poi tradito e “ucciso”, il vero maestro lascia liberi fin da subito, lascia spazio, lascia vuoti generativi.

Se si è incontrato un maestro lo si comprende spesso solo alla fine del viaggio, proprio come accade al vecchio contadino raccontato da Karen Blixen in La mia Africa il quale, al termine di una notte trascorsa a riparare la falla di uno stagno causata da una grande pioggia, al mattino presto si accorge che, con i suoi passi, ha disegnato il profilo di una cicogna. 

Chi sono i nostri maestri? Cosa li ha resi riconoscibili ai nostri occhi? Se ci voltiamo indietro vediamo una cicogna, qualcosa di generativo che la relazione ha costruito, pur nella fatica e a volte nella sensazione di non farcela? Si può fare l’insegnante ma non si fa il maestro; si diviene maestri nella relazione con gli altri che ti riconoscono autorevolezza e che sentono che vale la pena impegnarsi per costruire qualcosa insieme a te.

Per questo è raro. Pochi insegnanti si danno il tempo per potere divenire maestri.

Il maestro, il magister, non è detto che sia un genio o il più illustre nel suo lavoro. Ma ha invece una grande passione e, soprattutto, è disposto a trasmetterla in modo personale all’interno di una relazione di ascolto,

Il grande filosofo ed educatore Jiddu Khrisnamurti, nelle lunghe e numerose conversazioni e dialoghi che intratteneva con i suoi allievi, sosteneva che imparare è un mestiere (craft) quanto insegnare e che bisogna sporcarsi insieme le mani, in un contesto di reciprocità e ascolto che richiama a una profonda umanità. 

Perché ci sia magistero, e dunque apprendimento, è fondamentale promuovere la creazione di un ambiente accogliente, emotivamente sereno e creativo, di ascolto e “affettuoso intendimento”.

Per evitare di ridurre il magistero e dunque l’apprendimento a un binario aut-aut limitante di “successo” o “fallimento”, si può promuovere un magistero che incoraggi la comprensione e insieme lo sforzo che pone l’apprendimento come un processo dinamico, senza fine, gioioso e prezioso in sé senza alcun guadagno ad esso collegato. 

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Author: administer