Valentina Dolciotti, Firenze maggio 2021 

Le chiedo innanzitutto di introdurre la sua formazione (studi, esperienze utili, ruolo professionale attuale)

Sono laureato in scienze politiche (curriculum in comunicazione, media e giornalismo) all’Università di Firenze. Lavoro come giornalista, scrittore e attivista per i diritti umani e civili. A settembre 2020 sono stato eletto Consigliere regionale per la Toscana, nel collegio di Firenze città dove ero candidato capolista del PD, ottenendo 11.233 preferenze (il più votato del collegio).

La passione per i suoi studi ha un’origine specifica?

Ho capito che le scienze sociali potevano essere la mia strada quando, ai tempi del Liceo Scientifico, ho compreso che le parole e la scrittura potevano avere un potere utile alla società, dando voce a chi non viene sufficientemente ascoltato.

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Credo che una particolarità della sua persona sia che non si attiene ad un argomento specifico ma promuove i diritti a 360°. Lo trovo interessante perché penso sia “la battaglia” per antonomasia che ogni politico dovrebbe portare avanti, ma così non è. Per questo vorrei chiederle un parere, di seguito, rispetto a vari ambiti d’intervento:

Il DDL ZAN. Anche la nostra rivista si è schierata a favore (fin da subito ne parlammo, tramite Rete Lenford, Ivan Scalfarotto e altri) e ora ribadiamo il nostro totale supporto. La legge concepita da Zan è un provvedimento realmente inclusivo che tiene di conto di ogni forma di diversità, tutelandola da possibili discriminazioni, senza lasciare nessuno indietro. Per questo trovo inconcepibili le contestazioni che vengono sollevate da una certa parte politica, come ad esempio il fatto di ignorare gli eterosessuali quando, in realtà, anche loro vengono presi in considerazione visto che si parla di “ogni orientamento sessuale”, non di persone omosessuali e basta. Allo stesso modo, fa sorridere che si ritenga il DDL un attacco alla libertà di pensiero quando invece si dovrebbe parlare di “non libertà all’odio”, che è una cosa ben diversa. 

Lo ius soli 

Lo ius soli, e ancor più lo ius culturae, dovrebbero essere questioni scontate in un Paese democratico: se nasci su un territorio, studi su quel territorio e sei perfettamente integrato culturalmente e socialmente, fai parte di quel territorio e non sei diverso da me solo perché hai la pelle di un altro colore o, magari, professi un’altra religione. Veder attaccare concetti simili da chi, senza fare nomi, ha genitori provenienti da regioni diverse d’Italia ma si ritiene “romana perché nata a Roma”, fa sorridere. 

Caregiver familiare 

I caregivers sono figure non pienamente riconosciute in Italia: è inconcepibile che chi assiste una persona con disabilità sia spesso lasciata sola, senza aiuti economici o pratici che possano sopperire alle loro esigenze. Oggi un caregiver in Italia è portato a rinunciare al proprio lavoro (lo smart-working non è ancora un diritto a quanto pare nemmeno in piena pandemia) e, magari, alla propria libertà e indipendenza, dal momento che lo Stato non offre ancora un supporto adeguato. Anche questo è un tema che non possiamo ignorare.

C’è un forte tema generazionale nelle sue posizioni, che trovo molto intelligente oltre che inclusivo. Supportare qualsiasi ottima idea, non importa da dove questa arrivi (l’ho sentita prendere le difese addirittura di Fedez e di sua moglia Chiara Ferragni), a riprova dell’attenzione aperta e panoramica che da sempre ha mostrato. A dispetto di tanti pareri non concordi io vedo un nuovo, rinnovato e diffuso interesse dei giovani nei confronti della politica, interesse che si manifesta di certo con linguaggi nuovi, ma non per questo meno efficaci. Cosa ne pensa?

C’è tanta voglia di un ritorno alla buona Politica, quella che nasce dal basso e non dentro i palazzi del potere. Di partecipazione della società civica. C’è voglia di rimettere al centro temi coraggiosi che appartengono alla libertà e all’autodeterminazione e che oggi non trovano abbastanza spazio: diritto a un aborto consapevole che preveda un reale supporto delle donne dal primo momento, eutanasia e testamento biologico, diritti LGBTQ+, legalizzazione della cannabis soprattutto per scopi terapeutici, e tanto altro ancora. Ci sono tanti giovani attenti, preparati, pieni di sogni e di speranze sulle quali abbiamo il dovere di investire dando loro fiducia. Questo può essere il momento di un cambiamento importante e va colto.

Perché si fa così tanta fatica, in Italia, a “chiamare le cose con il proprio nome”? Viviamo in un paese patriarcale e maschilista, eppure “fa brutto” dirlo, c’è chi (addirittura!) si offende. La parola femminista è diventata difficile da pronunciare, con troppi equivoci a riguardo; di morte non si parla mai.

Tutto ciò che non conosciamo in qualche modo spaventa e quindi porta ad allontanare certe questioni. Bisognerebbe parlare di più, far conoscere le cose, permettere alle persone di infilarsi nei panni degli altri, stimolando non solo empatia ma anche portando a una maggiore cultura. Viviamo in un Paese conservatore, complice anche la cultura fortemente cattolica, e le occasioni nelle quali dimostriamo quanto siamo bigotti su certi fronti purtroppo non mancano, soprattutto a destra. Dobbiamo ancora abbattere un sacco di tabù, ma sono certo che prima o poi arriveremo a costruire una società per tutte e per tutti, che sia in grado di accogliere ciò che viene ritenuto apparentemente “diverso” abbattendo muri e costruendo ponti. A quel punto, nessuno si vergognerà nel rivendicare le proprie idee laddove siano sane e giuste. Nella sua lettera a Repubblica del 13 febbraio 2021 ha ribadito quanto sia inutile (se non dannosa) l’istituzione di un ministero per la disabilità fine a se stesso. Del resto in Italia ancora non abbiamo capito che il ministro o la ministra delle pari Opportunità non ha mandato solo sulla questione di genere (anzi femminile, sic!) ma su tutte le diversità e che l’inclusione deve essere un obiettivo trasversale. Come ne usciamo?

Spread inclusion all around the globe