Mi piace associare il termine neurodiversità all’immagine di un grande, magico cilindro in cui si trovano atipici modi di pensare, imparare, elaborare informazioni, dove partendo da un qualsiasi punto, in modo ciclico si ritorna al punto di partenza, avendo comunque sprigionato idee, formulato ipotesi, proiettato la realtà nella immaginazione e viceversa. 

Abbandoniamo dunque quella sfera semantica fatta di parole quali deficit, disturbo o ancor peggio malattia, che costituiscono ostacoli al libero pensiero, all’apertura mentale e focalizziamoci invece su termini quali abilità, attitudini, peculiarità.

È la neurodiversità che ha fatto grande il mondo, che ha fatto sì che oggi possiamo vivere per essere quello che siamo. Le più grandi scoperte e invenzioni non sono altro che il frutto di chi ha messo in campo le proprie peculiarità per inseguire un’idea che, per quanto potesse sembrare folle a chi aveva altre attitudini, si è poi rilevata vincente, riconosciuta come un bene per l’intera umanità.

Il mondo che innova, che si evolve verso un futuro del tutto sconosciuto, è l’ago della bilancia che delinea il cambiamento come sorgente di vita nuova e al tempo stesso come faro per i nostri traguardi. Perché tutto ciò sia possibile, è indispensabile la presenza, l’esistenza di chi, con abilità diverse da quelle che vengono storicamente classificate come “normalità”, operi ed agisca secondo modi e schemi nuovi, trovando fuori dai nostri confini tradizionali, quel “logos” ancora sconosciuto che quando manifestato, accettato e condiviso cambierà la prospettiva di tutti.

La neurodiversità va sostenuta e non limitata, va accettata e non compresa, perché è proprio grazie a lei che riusciremo ad arrivare dove nemmeno potremmo mai immaginare, perché se la follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi (citazione attribuita ad Einstein) allora cerchiamo di non essere folli e lasciare che la neurodiversità trovi il proprio spazio nella vita che ci circonda. 

Infatti, le idee più originali, creative, innovative nascono dalla diversity dei punti di vista non dalla standardizzazione degli stessi.

Se da un lato questo aspetto ci viene incontro nel far progredire la cultura, da un altro, puramente relazionale, sociale, inclusivo si manifesta come un ostacolo per la sua accettazione in ogni sfera del vivere, lavoro incluso naturalmente. Ed è proprio qui  dove, tranne qualche timidissimo tentativo da parte di alcune aziende, si incontrano reticenze ad intraprendere una concreta strada di inclusione nonostante straordinarie abilità. 

L’inclusione è un processo che deve essere costruito insieme, non è mera applicazione di asettiche regole.

È qui che l’Intelligenza Artificiale, con le sue tecniche di apprendimento supervisionato, come i servizi IBM Watson in cloud, può acquisire quella conoscenza basata sulla statistica in grado di creare un ponte relazionale fra abilità e peculiarità diverse, potenziando l’interdisciplinarità che ci contraddistingue, promuovendo l’adozione di skill diversi o, per meglio dire dei “neuro-skill” per un mondo migliore, un mondo che ci rappresenti, nessuno escluso!

Spread inclusion all around the globe