PAGINA CON VISTA | Rubrica Cinema – “IL DISCORSO DEL RE”

Paola Suardi

Di Tom Hooper con Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter

Drammatico, 2010, 118’ 

Speech è il discorso, l’orazione, ma anche il linguaggio, la Parola e la parlata. In estrema sintesi questo film narra la storia di come re Giorgio VI di Inghilterra, salito inaspettatamente al trono dopo la morte del padre e, soprattutto, l’abdicazione del fratello, affronta un disturbo del linguaggio: la marcata disfluenza o balbuzie. Il percorso narrato nel film si conclude con l’orazione del re alla nazione quando l’Inghilterra dichiara guerra alla Germania nazista. Ottima sceneggiatura, regia, fotografia, recitazione dei diversi interpreti. Quattro premi Oscar. La vicenda del re è l’occasione per dire tante cose. C’è una riflessione sulla dimensione pubblica e privata di chi è al potere, sulla portata dei mezzi di comunicazione di massa, sul cambiamento introdotto da un “new media” quale era allora la radio (o i cinegiornali che veicolavano la retorica arrabbiata di Hitler), sulla professionalità – quella del logopedista – sviluppata in modo non convenzionale, sull’amicizia tra un reale e un commoner (proveniente dalle colonie perdipiù!), sulla complicità nel matrimonio, sull’amore per il teatro e la parola del grande Shakespeare… Senza dubbio Il discorso del re racconta la storia di un uomo che, prima di vincere la guerra contro il Terzo Reich, ha dovuto vincere la battaglia contro se stesso e contro i suoi limiti; o una parabola sui modi attraverso cui un leader, o aspirante tale, può superare le proprie eventuali disabilità di partenza. Severino Salvemini, ordinario di Organizzazione aziendale all’Università Bocconi, ha osservato che “La vicenda del duca di York (assolutamente reale e documentata, ndr), che per diventare re d’Inghilterra deve recuperare un gap e dimostrare di saper garantire l’efficienza performativa richiesta dal nuovo ruolo, ricorda in qualche modo il processo – ben descritto dalla teoria organizzativa – per cui una persona che sale di ruolo, abbandonando una posizione di livello inferiore per una di rango superiore, si trova spesso a soffrire, nel passaggio, di un gap di competenze. Questo gap di competenze apre una “incongruenza di ruolo”, perché l’individuo all’inizio non ha tutte le capacità per ricoprire la posizione in modo efficace. Saranno il tempo e la pratica on the job che aiuteranno a colmare il fabbisogno. Oppure si dovrà far ricorso alla formazione per dotare l’interessato delle skill che gli mancano.” È proprio il percorso del duca che diventa re Giorgio VI, e si sottopone a faticosa formazione e assiduo esercizio per raggiungere l’abilità e la competenza necessaria a un re a parlare in pubblico. Lo sottolinea nel film la battuta arguta e pungente del logopedista: “Se balbetta, è meglio che si cerchi un altro mestiere”. Più facile a dirsi che a farsi, come la formazione adeguata ed efficace del resto.

Nel film vediamo chiaramente che la consapevolezza della propria inadeguatezza genera nel personaggio un profondo sconforto, unito a vere e proprie crisi di panico. La regia di Hooper e la recitazione di Colin Firth rendono con efficacia le difficoltà del protagonista che emette suoni incerti, ripetuti, o crea imbarazzanti voragini di silenzio. Ma il punto di forza del film sta nella lucidità con cui si mette a fuoco la figura del logopedista, che è poi formatore, educatore, consulente e coach, diremmo oggi. È la grande professionalità, sebbene irrituale, del logopedista – magistralmente recitato da Geoffrey Rush – a creare i presupposti per vincere la profonda incertezza del re, che è alla base degli impedimenti a parlare in pubblico. Ponendo regole garbatamente ferree, il formatore crea un rapporto di parità per conquistare la fiducia necessaria a entrare nella sfera privata e nella psicologia del suo paziente. Parallelamente nelle sedute si concentra sulla “meccanica” vera e propria, vengono proposti a Giorgio VI esercizi tipici di respirazione, rilassamento, ginnastica e irrobustimento dei muscoli fonatori. Psicologia e tecnica, un lavoro profondo di scavo interiore e di allenamento fisiologico che prevede perfino… gargarismi e parolacce. Fuck! Fuck! Fuck!… e le parole fluiscono, perché quando si è arrabbiati i freni inibitori si allentano.

Così il re risolve il proprio rapporto con la Parola e si libera della paura di comunicare. Una storia significativa, non solo perché riguarda una figura istituzionale di grande rilievo, ma perché avviene nella prima metà di quel secolo, il Ventesimo, che sarà caratterizzato dall’ “ubiquo primato della comunicazione”. E qui troviamo il segno più grande che lascia questo film, sottolineato in chiusura dalla “liturgia” della lettura, alla radio, di un testo scritto e dall’ascolto dello stesso: il grande rispetto per la Parola, intesa come atto di parlare in pubblico, una parola sentita come etica per la responsabilità di raggiungere e farsi intendere da milioni di persone eterogenee. Parlare in pubblico porta con sé una consapevolezza e una gravitas che vanno ben oltre lo sforzo usato per raggiungere, con la tecnica, un’abilità. Esattamente come, digitare su una tastiera un post per un canale social, comporta una maturità e un equilibrio senza i quali a poco giova la libertà d’espressione.

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Author: administer