Lucio Guarinoni

“Un ragazzo gay coi capelli rossi, disabile e con una mano sola” così si presenta Filip Pawlak all’inizio della nostra chiacchierata. Performer polacco, vicedirettore alla produzione presso il Nowy Teatr di Varsavia, Filip lavora nel settore dell’arte e disabilità, si occupa di networking e fa parte della rete internazionale Europe beyond access, che nel 2019 ha pubblicato il report “Disabled artists in the mainstream: a new cultural agenda for Europe”, dove vengono indicate alcune linee guida per lo stanziamento di fondi europei, volti a promuovere l’accessibilità nel mondo dello spettacolo per artisti e pubblico con disabilità.

La presenza di reti internazionali, mi spiega, sta già portando alcuni cambiamenti nelle policies culturali europee e favorisce lo scambio di buone pratiche tra diversi paesi. Uno dei maggiori obiettivi è valorizzare la presenza di artisti professionisti con disabilità in scena, per poter generare un cambiamento sul piano della visibilità. Sebbene siano stati fatti molti passi avanti, questo resta ancora difficile e incontra spesso delle resistenze sul piano strutturale per diverse ragioni. Filip mi racconta di quanto fosse rimasto piacevolmente stupito assistendo a uno spettacolo con un attore in sedia a rotelle in scena, che sugli applausi, però, si era alzato in piedi, rivelando quindi di non essere un performer con disabilità, ma un attore che interpretava una parte. Perché resta così difficile, gli chiedo, portare in scena un corpo con disabilità? Innanzitutto vuol dire, secondo Filip, fare una scelta all’avanguardia, sfidando il teatro nelle sue forme più tradizionali e mettendo in discussione gli immaginari finora conosciuti, spingendo il pubblico a uscire dalla propria idea di corpi “belli” o “brutti” e a interrogarsi, quindi, sulla propria normatività. Spesso è difficile aprire un dialogo con chi si occupa di produzione e direzione artistica in teatri con una forte e rinomata tradizione, perché portare innovazione significa mettere in discussione una poetica e delle logiche consolidate da molto tempo, accettando con fiducia il rischio proprio dei cambiamenti. È inoltre importante uscire da uno sguardo caritatevole verso la disabilità, di stampo fortemente cattolico, che in un’ottica assistenzialista ha generato un grande isolamento della comunità di persone disabili, marginalizzandole e relegandole in dei contesti di invisibilità nella sfera pubblica; anche per questo l’arte può essere motore di cambiamento, agendo sullo spazio delle rappresentazioni. Quello in atto, mi spiega, è un processo necessariamente graduale perché lavora su un piano sistemico dove molti aspetti sono interconnessi: la direzione artistica, l’educazione di un nuovo sguardo nel pubblico, la rivoluzione di certe prassi negli istituti di formazione artistica, il ruolo della critica teatrale. Ci si muove sempre verso un’utopia cercando, ogni giorno, di fare piccoli passi avanti. 

Prima di salutarci chiedo a Filip, in quanto persona omosessuale con una disabilità, come percepisca lo sguardo della comunità queer sui temi di cui stiamo parlando. “Dipende se per comunità queer intendiamo tutti quelli che guardano la serie Pose su Netflix!” mi risponde ridendo “Dalla lotta della comunità queer possiamo imparare, come comunità di persone con disabilità, l’orgoglio per i nostri bellissimi corpi” e poi aggiunge “è vero anche però che spesso ho vissuto della discriminazione da parte della comunità gay. Forse il problema è sempre quello della normalizzazione delle fragilità da cui nessuno è immune nel sistema capitalista, dove normalizzare vuol dire ridurre i costi in termini di tempi ed energie, che è il motivo per cui spesso non si assumono performer con disabilità, perché richiedono tempi, spazi, e fondi dedicati.” Le fragilità mettono in discussione la logica del profitto. Forse per questo fanno così paura.

Spread inclusion all around the globe