Davide Sapienza

«In primavera sarai diversa Io so che sei un animale stagionale

Come la stella di mare portata dalla marea»

(Sea Song, 1974)

Un destino che ha una data: l’1 giugno 1973 durante una festa Robert Wyatt precipita dal quarto piano di una palazzina e non si saprà mai se fu un tentativo di suicidio o un incidente al culmine di un lungo periodo di eccessi e depressione peggiorati da quando aveva rotto con i Soft Machine, la sua band, due anni prima. Paralizzato dalla vita in giù, l’artista nato a Bristol nel 1945 sarà obbligato a fare tesoro dei propri (non pochi) talenti. E sarà lui stesso a dire che perdere la libertà di movimento iniziò a farlo “pensare attraverso la musica”.

Una strada faticosa e sempre in salita, un’impresa forse impossibile se non ci fossero stati la moglie Alfreda Benge (compagna di vita e di arte) e l’affetto della comunità musicale, che gli organizza un concerto per raccogliere fondi e tornare a esibirsi al Drury Lane di Londra l’8 settembre 1975 un anno dopo l’uscita dell’album che aveva definito il mondo musicale ed espressivo di Wyatt, Rock Bottom. Ma con il passare degli anni, lui si dedicherà sempre più a sperimentare territori sconosciuti della musica, prendendo posizioni politiche molto forti e militanti a sinistra, decidendo anche di non suonare più dal vivo.

Robert Wyatt playing the piano, September 1974

Raccontare artisti come Robert Wyatt-Ellidge è come provare a fissare in pochi fotogrammi uno spirito libero e avventuroso, stupefacente come il volo degli uccelli, inafferrabile come la brezza marina. I versi di una delle sue canzoni sublimi – Sea Song – ci fanno sentire sul litorale della Grande Musica a raccogliere tutte le stelle marine che Wyatt ha donato al mondo in mezzo secolo di musica. Figura centrale della scena musicale progressive di Canterbury con i Soft Machine e i Matching Mole, dopo l’incidente in qualche modo, facendo ricorso a una dote di talenti fuori dal comune, Wyatt seppe affermare il valore della creatività libera – quella libertà che fisicamente gli fu preclusa dal volo quasi mortale. Mezzo secolo in cui la sua storia personale si è espansa come la sua musica, culminando in opere la cui originalità le ha portate lontane dalle intemperie del tempo: Rock Bottom, Dondestan o Shleep sono la prova tangibile che ogni persona può e deve fare ricorso alle proprie innate risorse (nel suo caso compositore, autore di testi, multistrumentista), anche nelle condizioni più difficili. Anche in Italia Wyatt ha lasciato un segno. Nel 1981, lavorò per Radio3 su una lunga opera di improvvisazione.

Nel 1998 uscì l’album tributo The Different You – Robert Wyatt e noi, seguito dal documentario Little Red Robin Hood e porto con me ricordi indelebili del lungo periodo in cui lavorai per lui come label manager italiano della Rykodisc, toccando con mano lo status raggiunto attraverso la pura forza della sua musica e della sua coerenza umana, di un talento sublimato da una voce sovrannaturale che sa farci entrare in un’eccentrica galassia dalla quale non si vorrebbe mai uscire. Ascoltare in ordine sparso canzoni come Sea Song, Free Will And Testament, Dondestan, Heaps Of Sheep, The Sight Of the Wind, Left On Man, O Caroline, Little Red Robin Hood Hit The Road o godendo dell’auto ironico album che raccoglie i suoi “insuccessi” (His Greatest Misses), ci impone di pensare alle sorprese offerte dal destino. E per ascoltare il suo repertorio abbiamo da anni Soupsongs, le canzoni di Robert eseguite dall’Annie Whitehead Group (cantate dalle vocalist Sarah Jane Morris e Cristina Donà, tra le sue preferite). Dopo Comic Opera (2007) lui dice di avere chiuso. Ma la stella di mare, quando sembra alla deriva, a volte riemerge dalle onde senza preavviso:

«Non posso sapere cosa sarei se non fossi me stesso… Perché quando dico che mi conosco, come faccio a saperlo? Quale ragno può capire l’aracnofobia?»

(Free Will And Testament, 1997)
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