Silvia Rota Sperti

Tara Westover, nata nel 1986 in una famiglia fondamentalista di mormoni sulle montagne dell’Idaho, cresce senza andare a scuola, senza accedere a ospedali di nessun tipo, senza essere registrata da nessuna parte.

Come lei, i suoi fratelli: ragazzini che per il mondo non esistono e che non conoscono nulla di ciò che noi diamo per scontato – scuola, amicizie, gruppi sportivi, televisione, internet, cibo-spazzatura… Questi ragazzi sono segregati in casa da un padre fanatico e violento che si prepara ai “giorni dell’Abominio” raccattando rottami e inscatolando provviste, e sono all’oscuro di come sia il mondo al di fuori del loro miscrocosmo sperduto nel nulla.

È una situazione che parrebbe inverosimile, se non fosse accaduta realmente, come racconta Tara in L’educazione (Feltrinelli, 2018), romanzo autobiografico potente ed estremo che è diventato un caso editoriale in mezzo mondo. Tra gli scenari idilliaci dell’Idaho, in mezzo a una natura di una bellezza graffiante, Tara e i suoi fratelli vivono chiusi sotto una campana di vetro fatta di ignoranza e violenze fisiche in nome di una religione deragliata nel fanatismo. Qui il padre-padrone è anche profeta, ed è un mix letale: i suoi “insegnamenti” e sermoni preparano per la famiglia una vita lastricata dall’incubo. Tra terribile violenze e infortuni fisici per cui non viene nemmeno presa in considerazione la possibilità di andare in ospedale (ci si cura a casa, con le erbe) e un clima di opprimente ignoranza, i sette figli faticano anche solo a immaginare la possibilità di una via di uscita. Ma il riscatto, almeno per Tara, arriva, e lo fa in maniera impensabile, solitaria, folgorante.

Tara Westover

Nessuno le tende una mano per tirarla fuori dall’incubo, nessun eroe, nessuna istituzione, nessun amico o famigliare. Tara combatte da sola e riesce a liberarsi dalla follia della sua famiglia attraverso ciò che dà il titolo al libro: l’educazione – intesa qui in senso anglosassone di education, ovvero istruzione, educazione di sé. Vessata dal padre e da un fratello sadico, la ragazza trova rifugio nei libri e si mette a studiare – all’inizio di nascosto, faticosamente, a dispetto di difficoltà e umiliazioni – del tutto comprensibili per una che come lei ha sempre vissuto fuori dal mondo e non ha la più pallida idea di cosa sia, ad esempio, l’Olocausto. Con il tempo, Tara riuscirà a farsi ammettere al college locale e otterrà risultati sempre più eccellenti fino a vincere una borsa di studio per l’università di Cambridge, dove attualmente insegna.

L’Educazione è la storia di un’emancipazione che ha del prodigioso, di una self-made-girl su cui nessuno scommetteva nulla e che, con la sola forza della volontà, riesce a spezzare le catene che la tengono imprigionata e a compiere il salto che la porterà a essere libera e, soprattutto, se stessa. È curioso e cruciale che tale processo avvenga grazie a un elemento a cui si pensa poco nei contesti di rivoluzione/emancipazione, e che al contrario viene troppo spesso visto come marginale: la cultura. La guerra di Tara contro il fanatismo più becero e violento avviene tutta lì, sui libri, attraverso lo studio e la conoscenza. È questa la chiave di volta che permette la metamorfosi. La cultura e la conoscenza fanno sì che questa ragazzina vittima dell’ignoranza più oppressiva riesca a far fiorire i propri talenti e a lasciarsi alle spalle una vita di soprusi.

La sua vicenda è esemplare e sorprendente, e smentisce quanti credono ancora che la cultura sia solo un corollario nella strada per la rivendicazione della propria dignità e valore. Al contrario, essa può essere uno strumento fondamentale, di una forza dirompente al pari di lotte giudiziarie o battaglie politiche. “Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi,” scrive Tara Westover nel finale. “Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento. Io la chiamo un’educazione.”

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