Valeria Cantoni Mamiani

Nel suo discorso di inizio anno il Presidente Mattarella ha detto che “il 2021 deve essere l’anno in cui ognuno di noi è chiamato anche all’impegno di ricambiare quanto ricevuto con gesti gratuiti, spesso da sconosciuti. Ora dobbiamo preparare il futuro – ha concluso – non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori”.

Le sue parole mi hanno trasportata in un dopo guerra che non ho mai vissuto, quando tutto era da costruire perché troppo era stato abbattuto, raso al suolo. Erano case, industrie, scuole, ma era anche la democrazia che andava ricostruita e insieme a lei il senso di una comunità spezzata. Allora c’era molto entusiasmo in un progresso che poteva solo andare dritto come un treno spedito a tutta velocità. Treno da cui poi è sceso il capotreno e non si è più fermato. Fino al 21 febbraio 2020.

Neanche la crisi del 2009 aveva frenato tanto la corsa. Ma noi non stiamo vivendo una guerra, ma piuttosto una malattia che espone tutti a una grande fragilità, come se la società, le sue abitudini, le sue economie e diseconomie, stessero già incubando qualcosa che è esploso. Dunque non va usato un linguaggio bellico, ma un linguaggio di cura, dal momento che è la salute a essere stata minata, se è vero che essa è “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia” come dice l’OMS. Nel mio lavoro di coach e formatrice da anni ogni giorno mi ritrovo di fronte a persone che sono in conflitto, con se stesse, con gli altri, con l’ambiente, con il lavoro, con la propria organizzazione, con il proprio capo, con i figli, il partner, i genitori, che usano un linguaggio bellico e hanno la percezione che il loro malessere dipenda dagli altri, di essere in una guerra continua contro tutti. Non mi stupisce che il linguaggio bellico si usi anche ora in occasione del Covid, che in realtà è una crisi di cura.

Là dove ci sono ferite, shock, traumi e cambiamenti radicali, che siano fisici, spirituali, emotivi, affettivi o economici, c’è da curare e, più che da costruire, c’è da riparare. Abbiamo bisogno di riparatori e riparatrici, perché tanto, troppo, è stato costruito, andando ben al di là della soglia massima di sopportabilità del pianeta. Ma che skills hanno questi riparatori e riparatrici? Come i maestri del kintsugi, l’arte giapponese di riparare con l’oro, i riparatori sanno rimettere insieme i cocci e, con attenzione, cura e un po’ di creatività trasformare un relitto in un qualcosa di bello in sé e non solo più utile; come le sarte di una volta maestre nel rammendo che sapevano riportare a nuovo uno straccio, cucendo insieme i lembi e mettendoci sotto un rinforzo, i riparatori sanno creare le condizioni perché il tessuto non si rompa più anche se sottoposto a stress; come bricoleur, che hanno pazienza che i pezzi si incollino e non hanno fretta, i riparatori sanno che ogni cosa per essere fatta bene necessita di tempo. Dunque sono pazienti. Mentre si può costruire in fretta e furia, non si può riparare se si ha fretta, perché la riparazione non tiene e si riapre la ferita.

Vale anche nelle relazioni e nel linguaggio. Ripararli significa darsi il tempo per ascoltarsi usando parole-perle e non parole-pietre. I riparatori sono i care giver della parola, coloro che prestano cura a quello che dico e a come lo dicono. Quell’impegno a ricambiare quanto ricevuto che Mattarella esorta è proprio lavoro di riparazione, perché ci porta in una dimensione di mutualità e reciprocità a cui non eravamo abituati, ci porta a riportare a nuova vita oggetti e rapporti. Che soddisfazione quando aggiustiamo qualcosa e non la buttiamo! È il tempo meglio investito.

“Pensare il mondo non equivale a fondersi, poco a poco, col pensiero del mondo?” scriveva il poeta Edmond Jabès suggerendo che il mondo non va visto solo come oggetto da usare, consumare e buttare ma implica un processo circolare di rigenerazione. Dobbiamo metterci dalla parte del mondo, osservare con i suoi occhi, pensare con la sua mente, metterci nei suoi vestiti e poi tornare ad osservarlo dopo aver fatto questo giro, proprio come canta Niccolò Fabi “Io sono l’altro, quelli che vedi sono solo i miei vestiti, adesso facci un giro e poi mi dici.”

Sembra che la frenesia del vivere in un mondo sempre più funzionale, performativo, economicamente vantaggioso, veloce, efficiente, abbia trascurato alcuni fondamentali dell’esistenza stessa. È tempo di indossare la tuta dei riparatori e usare l’oro della grazia e della gratitudine per trasformare macerie in qualcosa di bello e utile, proprio come sanno fare i maestri giapponesi. La palla è nelle nostre mani, non aspettiamo nessuno che ci autorizzi a farlo, tanto meno il nostro capo. 

Spread inclusion all around the globe