Silvia Camisasca

Pari opportunità ed esigibilità dei diritti, con l’acuirsi delle attuali crisi sanitaria e socio-economica, rischiano di diventare fattori dirimenti e ancor più divisivi. Con l’aumentare delle disuguaglianze in corrispondenza alle differenze, a partire dalla più diffusa disuguaglianza di genere, esercitare i propri diritti -legati alla qualità di vita, all’autonomia personale, ad un’occupazione dignitosa- si trasforma in privilegio. Per contro, disagio e conflitto sociali diffondono una maggior consapevolezza in merito alle inaccettabili disparità di trattamento, condizioni e opportunità tra gli individui, indipendentemente dalle loro capacità e competenze: elemento questo non oltre trascurabile, soprattutto alla vigilia di uno sforzo che richiederà l’apporto di tutte le componenti; anzi, proprio dalla eterogeneità, originalità e coraggio delle energie in campo e dalla comune capacità di valorizzarle e farne tesoro dipenderà l’attesa ripartenza.

Eppure, proprio l’ambito del lavoro è quello in cui si sta aprendo a dismisura la forbice delle disuguaglianze, con un generale abbassamento dei diritti, in particolare, per le lavoratrici. “Questi segnali non devono passare sottotraccia, vanno registrati, in particolare, l’allarmante dato di fine anno: su 101 mila posti di lavoro persi, ben 99 mila sono stati persi da donne” sottolinea Monica Cerutti, già Assessora alle Pari Opportunità e ai Diritti della Regione Piemonte, ricercatrice al Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, Ambasciatrice di Telefono Rosa Piemonte, nonché componente di diverse realtà associative del settore. Tante le cause di un trend ormai strutturale: la concentrazione femminile in quei settori che più hanno pagato la crisi pandemica, come la ristorazione, la prevalenza fra le donne di formule contrattuali a tempo determinato, se non precarie, e la sospensione dei servizi educativi, poi ricaduta nelle famiglie sulla componente femminile.

Occorre intervenire su più livelli, ma sicuramente sul fenomeno della “segregazione orizzontale”, che porta le donne a lavorare prevalentemente in settori non digitali e scarsamente tecnologici. Aspetto questo centrale anche in riferimento al più generale spazio dei diritti: “Non è solo preclusione alle donne di opportunità in ambiti emergenti, essendo in netta minoranza nei percorsi di studio di materie STEM, ma anche esclusione dal presidio di luoghi in cui si elaborano algoritmi di intelligenza artificiale, già pervasivi in campi decisionali estremamente delicati e pesantemente incisivi sulla nostra vita quotidiana -rimarca l’esperta- dalla selezione delle candidature per una posizione lavorativa alla scelta di concedere un prestito da parte di una banca”. Tali algoritmi non fanno che replicare stereotipi e pregiudizi conformi agli schemi maggioritari di cui sono espressione e manifestazione: una visione non alimentata da un osservatorio plurale di sensibilità e valorizzazione delle differenze rafforzerà le discriminazioni, comprimendo ulteriormente gli spazi, quindi i diritti, di chi è portatore di una qualsiasi diversità.

Agire sul fronte educativo, dunque: “Perché non proporre in tutte le scuole primarie e secondarie corsi di coding rivolti a bambine e ragazze, parallelamente a interventi di contrasto agli stereotipi, rivolti a bambini e ragazzi?” si chiede Cerutti. Questo porterebbe a trattare di nuovo la violenza di genere, inserita dalla Convenzione di Istanbul tra le violazioni dei diritti umani. Spesso, ci aggrappiamo al facile binomio immigrazione-violenza di genere, ma il fenomeno non riguarda affatto solo gli stranieri: certo, per una donna da poco inserita in un nuovo contesto culturale è più complesso costruire un percorso di autonomia, perché, ad esempio, incontra maggiori ostacoli nel contattare un Centro Antiviolenza, e qui molto importante è il ruolo delle associazioni di donne straniere: “Il nostro Forum delle Donne Africane Italiane di Torino intende proprio consolidare una rete femminile, che coinvolga donne straniere e italiane, tesa alla reciproca conoscenza, alla promozione della cultura dei diritti, ma anche al sostegno di attività e iniziative imprenditoriali” spiega Monica.

Monica Cerutti

Nel nostro Paese, tuttavia, per le persone straniere il lavoro è legato al diritto al permesso di soggiorno, il che complica ulteriormente l’intreccio tra le varie garanzie. Purtroppo, alle diversità continuano, quindi, a corrispondere discriminazioni, che finiscono per impedire la possibilità di far valere i propri diritti. Per invertire la rotta, non esistono ricette consolidate, anche se efficace sarebbe superare prospettive partigiane: “Intersecare, ovvero sovrapporre diverse identità sociali, in nome della pluralità, in quanto donna, disabile, straniera, ricomporrebbe la frammentarietà che oggi genera le discriminazioni” conclude Cerutti. Contemporaneamente una visione di insieme, consapevole della complessità ed eterogeneità del mondo attuale, permetterebbe di elaborare politiche più mature e rispondenti a criteri educativi degni di dirsi tali.

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