Silvia Camisasca

Esperienze in cui donne e uomini giocano e competono insieme, per quante recenti, non mancano, se ci limitiamo all’ambito delle attività amatoriali e promozionali; caso diverso è, invece, quello delle competizioni di alto livello.

“Lo sport, da sempre, prevede un maschile e un femminile, con regole e trattamenti differenti -sottolinea Patrizia Alfano, Presidente Regionale Uisp Piemonte e Responsabile Nazionale Formazione Uisp, ente di promozione sportiva con 450 società e circoli affiliati- non a caso, esiste un’Associazione Nazionale Atlete che rivendica parità di considerazione e trattamento con i collegi maschi”.

Patrizia Alfano

La storia racconta le imprese di sportive che sono riuscite ad abbattere muri e pregiudizi: basti pensare alla prima donna che corse la maratona, Kathrine Switzer, che riuscì ad iscriversi alla competizione travestita da uomo indicando solo le iniziali del nome: era il 1967. Da allora tanti sono stati gli sforzi necessari per convincere della pari dignità delle diversità di competenze, di genere come di tutte le altre diversità, nello sport: l’Unione Italiana Sport Per Tutti ha perfino realizzato un video, dal titolo emblematico “Capitane Coraggiose”, in cui sono ripercorse le vicende delle donne di sport che, dal dopoguerra ad oggi, hanno combattuto da vere eroine per il riconoscimento di diritti: eppure, il cammino sulla strada della parità appare ancora lungo. Lo dimostra la grave discriminazione subita dalla pallavolista Lara Lugli, citata per danni dalla società sportiva, perché in attesa di un figlio. Non si può, dunque, trascurare che, nonostante i passi compiuti e l’aumento della presenza femminile nelle attività sportive, questo ambito in Italia, e non solo, continua a raccontare tante storie di diritti negati, di diseguaglianze, di disparità, a cominciare da quelle che coinvolgono le donne. “Ho iniziato a lavorare nell’Unione italiana Sport per Tutti a venti anni: ero un’istruttrice appassionata del mio lavoro e così attiva che fui chiamata a seguire più settori –ricorda Patrizia Alfano- A trentatré anni, nel 1989, rimasi incinta: il mio referente non reagì affatto positivamente alla notizia. Dopo, pochi mesi, purtroppo persi il bambino”.

L’anno successivo, Patrizia, nuovamente incinta, non comunicò la sua condizione fino al sesto mese, e, durante la gravidanza, fu eletta Presidente del Comitato torinese: “[…] quando scoprirono che ero incinta, fui accusata da alcuni dirigenti di non aver informato riguardo il mio stato, per non compromettere l’elezione alla Presidenza”. Le donne dirigenti, in quegli anni, erano davvero poche: “Si respirava aria di cambiamento, soprattutto in associazioni che, come UISP, cercavano di evolvere con il rinnovamento portato da tanti giovani provenienti come me dall’esperienza dei movimenti studenteschi” ricorda Patrizia, sottolineando la convinzione di allora: “Contavamo sulla forza dello sport di cambiare lo status quo; anche per questo non mi adeguai al ‘vecchio’ metodo di lavoro […] e mi proposi da subito con la mia identità: né di donna diretta e consigliata da uomini, né disposta ad adottare un modus operandi maschile”.

Cinque anni prima, nel 1985, l’UISP aveva redatto la prima Carta dei Diritti delle Donne nello Sport, poi adottata dal Parlamento Europeo e tradotta nella Risoluzione delle Donne nello Sport nel 1987. Rappresentò il primo passo per il riconoscimento ufficiale delle rivendicazioni di pari opportunità tra donne e uomini nello sport all’interno del territorio dell’Unione Europea: lo scopo era quello di evidenziare il grande numero di diseguaglianze fra donne e uomini e l’importanza di rimuovere le barriere culturali che impedivano pieno coinvolgimento e protagonismo delle donne. A seguito poi dell’allargamento dell’Unione Europea, si resero necessarie revisioni e implementazioni alla Carta del 1985: la versione aggiornata è rivolta a organizzazioni e federazioni sportive, atleti, comunità di tifosi, autorità pubbliche, istituzioni europee e a tutte quelle organizzazioni che possono avere un impatto diretto o indiretto sulla promozione dello ‘sport accessibile a tutti’, e che possono incentivare campagne a favore delle pari opportunità fra donne e uomini, a livello professionistico e dilettantistico.

UISP è stata la prima grande Associazione, a livello nazionale, a porre la questione della parità di genere e a favorire incarichi di dirigenza alle donne: “Oggi siamo tra le associazioni nazionali con la maggior presenza femminile in ruoli direttivi” dichiara con orgoglio Alfano. La valorizzazione di competenze diverse, complementari o alternative non sono solo quelle portate dalle donne, ma anche da altri soggetti frequentemente discriminati, come le persone delle comunità LGTBIQI+: “Da qualche tempo l’UISP è schierata per il riconoscimento dei loro Diritti, promuovendo seminari e attività di formazione tesi a rimuovere gli ostacoli che le persone transessuali incontrano nell’approcciarsi all’attività sportiva, a partire dalla difficoltà di essere accettati dai compagni con cui si allenano e giocano” sottolinea la dirigente. “Partendo dalle esperienze avviate in diverse Università del nostro Paese, dove è possibile per le persone transessuali richiedere di attivare un percorso Alias, UISP offre ai soci, che stanno affrontando il tortuoso cammino della transizione, la possibilità di iscriversi con l’identità ‘di elezione’, senza attendere l’esito del lungo iter giudiziale di rettifica degli atti anagrafici”.

Dieci anni fa una donna si rivolse all’allora Assessora alle Pari Opportunità del comune di Torino, perché fosse riservata una piscina alle donne di fede musulmana. “Fui convocata e, dopo diversi incontri […], proposi di aprire la piscina femminile la domenica mattina per tutte le madri che desiderassero ritrovarsi con i loro bambini o interagire con altre culture e religioni o praticare sport insieme: ora la piscina, unica in Italia, è frequentata da tante donne anche italiane” conclude Patrizia Alfano.

Spread inclusion all around the globe