Nicole Riva

È trascorso più di un anno da quando abbiamo smesso di viaggiare, ma devo dire la verità, per quanto mi riguarda è passato molto più tempo. Non sono mai stata un’esploratrice del mondo, ho visitato circa metà dell’Italia, pochi paesi europei e non ho mai avuto la necessità di fare il passaporto. Eppure, che io abbia viaggiato o meno, se adesso volessi deliziarvi con un racconto ambientato in un angolo remoto del pianeta, mi basterebbe utilizzare Google Earth, qualche altro sito e un bel bagaglio di vocaboli per rendere la mia storia appetibile e realistica. Attraverso internet possiamo trovare tutte le immagini e i suoni di cui abbiamo bisogno, e se da un lato avere tutto a portata di mano è incredibile, dall’altro questa facilità sta minacciando una facoltà umana fondamentale: l’immaginazione. Sto dando la colpa a internet, ma questa tendenza non appartiene agli ultimi decenni: già negli anni Ottanta, Italo Calvino, nelle sue Lezioni Americane, ci avvertiva del pericolo di perdere «il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini». Probabilmente a partire dalla nascita della televisione, la mente degli esseri umani si sta abituando a proiettare immagini preconfezionate e di conseguenza sta atrofizzando la capacità di crearne di nuove, ma come funzionava prima?

Correva l’anno 1883, quando i lettori del settimanale milanese La Valigia si trovarono a leggere la prima puntata del racconto I selvaggi della Papuasia. Immaginate di essere vestiti di tutto punto in un salotto del XIX secolo e di iniziare a leggere una storia ambientata in un luogo remoto dell’Oceano Indiano, la vostra fantasia ne rimarrebbe sicuramente stuzzicata, vorreste saperne di più. È dall’appetito fantastico degli italiani di fine Ottocento, che inizia la carriera, senz’altro florida dal punto di vista della produttività, di un grande autore del nostro Paese, che, forse, colpevole di essere considerato uno scrittore per ragazzi, non è mai stato preso in considerazione dall’élite letteraria. Si tratta di Emilio Salgari, un uomo che di immaginazione ne aveva veramente da vendere. Studioso insaziabile, cercava di colmare l’impossibilità di viaggiare con il sapere enciclopedico e cartografico, inoltre, sebbene non fosse mai uscito dall’Italia, riuscì a ricreare scenari verosimili ambientati dall’altra parte del mondo. Dalla sua penna sono uscite più di duecento opere, tra cui il ciclo I pirati della Malesia con protagonista Sandokan e il suo romanzo di maggior successo: Il corsaro nero. Mentre Jules Verne girava per i sette mari a bordo di uno yacht privato, il nostro Salgari finge di essere un uomo di mondo davanti agli editori, di aver visitato isole sperdute e di possedere una patente nautica, tanto da firmarsi con il titolo di Capitano. Oltre a essere sicuramente un uomo a dir poco stravagante, Salgari nei suoi racconti è estremamente convincente: la flora e la fauna della Malesia sono descritte con infiniti colori, suoni e addirittura sapori, i villaggi e le città dell’India hanno i nomi corretti e, cercandole su una cartina, anche le distanze sono credibili. Gli arrembaggi, le descrizioni delle navi e del loro funzionamento fanno pensare a un vecchio lupo di mare. Abbiamo parlato di viaggi e di come una mente dedita all’immaginazione possa arrivare a ricreare luoghi lontani mai visitati. Ma può questo talento essere utilizzato per far provare delle emozioni che nella vita non ha mai vissuto? Può qualcuno che non ha mai amato, descrivere la forza e l’irruenza del sentimento che maggiormente può scombussolare il cuore? Rimaniamo nel XIX secolo, nel 1847, quando Emily Brontë pubblica con uno pseudonimo il suo primo e unico romanzo: Cime Tempestose. La storia è di dominio pubblico: Heathcliff, un ragazzino adottato da un ricco gentiluomo, si innamora della giovane Catherine. L’amore non sarà mai idilliaco, ma spinto da una tremenda passione che successivamente si trasformerà in vendetta. Che paragone può esserci tra Salgari e Emily Brontë? Che cosa c’entra qui l’immaginazione? Che differenza c’è tra Cime Tempestose e altri grandi romanzi della letteratura vittoriana inglese, quali Jane Eyre (scritto dalla sorella di Emily, Charlotte) o Orgoglio e pregiudizio, capolavoro di Jane Austen? La risposta la possiamo trovare nella biografia dell’autrice: Emily Brontë, da sempre di salute cagionevole e malata da tempo di tubercolosi, muore a soli trent’anni nel 1848, nubile. Attraverso i romanzi delle altre scrittrici del suo tempo riusciamo a immaginare la vita di una ragazza che non ha preso marito e che ha dedicato la sua vita alla scrittura: come poteva Emily conoscere la passione che narra in modo tanto vivido? Come poteva conoscere così saldamente i sentimenti che provano i protagonisti del suo romanzo? Frasi d’amore modernissime, che mai immagineremmo uscite dalla penna di una ragazza nubile, che poteva aver visto degli uomini solo alla presenza della famiglia o in circostanze sociali. La celeberrima «Sii sempre con me, prendi qualsiasi forma, portami alla follia. Solo non lasciarmi in quest’abisso, nel quale non riesco a trovarti» fu totale frutto della sua fantasia. Nel nostro quotidiano sta diventando difficile esercitare l’abilità dell’immaginazione: è complicato chiudere gli occhi e creare immagini nuove, che non abbiamo mai visto fisicamente. Ciò che appare nella nostra mente è il risultato di miliardi di sollecitazioni visive, ma non è frutto della nostra fantasia. So che ognuno di noi crede di non avere tempo per fermarsi e immaginare, eppure Italo Calvino è riuscito a descrivere cinquantacinque città invisibili, immaginarie, diverse, fatte di emozioni, e a dare a ognuna di loro un nome.

Sono una professoressa, vi lascio un compito a casa: descrivete la vostra città ideale e a proiettatela nello spazio dell’immaginazione. Provateci. 

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