A cura della Redazione

Agosto 1990. Un periodo della mia vita che grazie alle mie attività lavorative, sportive e sociali, mi rendeva la persona più felice del mondo, convinto che nessun tipo di difficoltà avrebbe potuto intaccare la mia vita. Invece, è bastato un attimo per distruggere tutto ciò che avevo costruito. Uno scontro avvenuto tra la mia moto e l’auto che sopraggiungeva di fronte a me e soprattutto l’impatto del mio ginocchio sinistro contro il fanale del veicolo. Dopo l’impatto, disteso sull’asfalto, ho guardato le mie gambe: da metà coscia a metà polpaccio dell’arto sinistro si era creato un vuoto. Seguiranno 6 mesi in ospedale difficilissimi, con un arresto cardiaco, 25 chili persi e 4 interventi subiti. Mi ricordo che in quel periodo, la parola “impossibile” aveva preso il sopravvento su ogni cosa. Ma sono stato più fortunato di quello che pensassi, perché dalla mia parte ho avuto lo sport.

Un giorno ero seduto sulla riva del Fiume Po a guardare i miei compagni che si allenavano in kayak. Ammiravo la loro possibilità di navigare il fiume. Invidiavo la loro fortuna. Fino a quando mi sono detto che potevo farcela anche io. Mi sono quindi equipaggiato di coraggio e ho scoperto ben presto che riuscivo ancora ad andare in Kayak. Quello è stato il momentum della mia ripartenza, del mio nuovo viaggio. Ho ricominciato a praticare sport, sono ritornato fra i banchi di scuola nel settembre del 1991, a 18 anni con ragazzi/e di 4/5 anni più giovani di me: desideravo riconquistare la mia vita, mosso dalla convinzione che essendo così giovane, ci sarebbe stato ancora tempo a sufficienza per renderla straordinaria e di successo. Come ogni altra persona con amputazioni, inizialmente ho ricercato la normalità indossando la protesi che mi consentiva di portare di nuovo i pantaloni e trasmettere alle persone vicine l’illusione che ero la persona di prima.

Con il passare degli anni, ho preso consapevolezza che quest’illusione altro non era che una grande bugia: ho deciso quindi di rinunciare alla protesi e vivere la mia quotidianità con le stampelle. Terminati gli studi, ho trovato subito lavoro in un’azienda cartiera dove sono rimasto per circa 4 anni per poi lavorare per altri 15 anni in un’azienda siderurgica. Mi piace lavorare tanto quanto nutrire le mie passioni, tra sport e studio della musica. Nel 2007, l’eccessiva quantità di cibo e l’insufficiente attività sportiva, mi hanno portato ad un aumento di peso di 25 chili oltre il consentito per una buona qualità di vita. Ho dunque deciso di lavorare sul mio corpo ed iniziato a pedalare ed allenarmi in modo più professionale e con micro obiettivi. I primi chilometri ed i primi allenamenti sono stati faticosissimi, ma la mia salute ed il mio benessere erano più importanti e ho deciso di non mollare. In breve tempo, ho raggiunto un buon livello e ho deciso di partecipare alla mia prima competizione di 70 Km, una distanza molto importante. Dopo aver partecipato e concluso la competizione, ho dato avvio alla mia avventura agonistica in giro per l’Europa per acquisire punti per la qualificazione alle Paralimpiadi di Londra 2012, che purtroppo non è arrivata. Lo sport mi ha permesso di scoprire il mondo e nel 2010, ho affrontato per la prima volta un’avventura estrema sulla strada carrozzabile più alta del mondo, in India, dove sono arrivato a quota 5.602 metri s.l.m. con la forza della mia unica gamba. Nel 2011 ho percorso i 1.230 Km della Parigi-Brest-Parigi: grazie al rispetto del tempo massimo di 80 ore, sono diventato l’unico atleta con amputazione al mondo ad averla conclusa. Ho iniziato ad essere invitato da società, scuole, aziende per portare la mia testimonianza.

Ho cominciato a frequentare corsi di formazione dove ho incontrato persone di ogni genere ed età che volevano acquisire nuove competenze: ho deciso di intraprendere la professione di Mental Coach e Formatore. Ho imparato molto nei primi anni dopo l’incidente; mi sono reso conto di quanto la parola “impossibile” mi abbia accompagnato nell’attività sportiva: non come limitazione, ma come incentivo per riuscire sempre più ad alzare la mia asticella. Il forte desiderio di scoprire i miei limiti e la voglia di correre mi hanno portato al triathlon (nuoto, bici e corsa). Uno sport molto complesso soprattutto per le persone con amputazioni e che utilizzano le stampelle. Nel 2016 in Perù, ho intrapreso la mia prima avventura in solitaria con 1.100 Km in bici, percorsi in 4 giorni su e giù per le Ande fino a Machu Picchu, vetta raggiunta a piedi. L’esperienza del cammino si sedimenterà nel 2018 con il Cammino di San Francesco: 500 Km dal Santuario di La Verna fino a San Pietro in Roma. Fatica, dolore, incertezza: molte difficoltà legate all’ausilio delle mie stampelle. Ho deciso dunque di investire tempo e risorse per ideare un nuovo concetto di ausili legati alla qualità, comfort, design e sicurezza, dando vita alle KATANA, stampelle che cambieranno in modo definitivo la mia vita, permettendomi di realizzare sogni e coprire distanze impensabili con altri mezzi. Innamorato dell’esperienza provata col cammino di San Francesco, nel 2019 ho raddoppiato la distanza con i 1.000 Km della Via Francigena (dalla Valle d’Aosta fino a Roma), mentre nel 2020, in piena pandemia, ho affrontato altri 930 chilometri dal Friuli fino a Genova. Un progetto importante quest’ultimo, che mi ha portato ad attraversare alcune zone maggiormente colpite dal virus, raccogliendo storie ed esperienze di persone, aziende, amministrazioni che con determinazione e coraggio stavano reagendo alla pandemia.

Amo la vita come amo guardarmi indietro, ammirando ciò che ho fatto con tanto sacrificio negli anni passati. Eventi che mi hanno portato a guardare il mio futuro con il sorriso, convinto che grazie alla determinazione ed a una vision ben precisa qualcosa di bello possa sempre germogliare. Sono orgoglioso di poter essere da stimolo a tutte quelle persone che stanno vivendo un momento di difficoltà, portando un po’ di luce nella loro vita. 

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