Alessio Bernabò

La barca entra nello scalo d’alaggio: non c’è niente da fare, anche a guardarla da sotto appare enorme per un 12 metri. Prima la chiglia scompare nell’acqua, poi tutta la deriva: l’emozione è sempre tanta quando si vara una barca. Ma oggi lo è ancora di più, perché Vaquita sarà la nostra nuova barca. Siamo un equipaggio strano, lo abbiamo definito “misto”, sicuramente atipico e abbiamo scelto questo Class 40 oceanico per il progetto Crossing Routes: a Different Sailing Team. Io sono l’ideatore, lo skipper, quello che ha fortemente voluto questa barca e questo progetto.

Oggi partiamo da Monfalcone con destinazione Livorno (c’è anche la Bora: buon auspicio o monito?). Di certo la barca navigherà veloce. Ma guardo i miei compagni: negli occhi hanno la luce di chi morde il freno nonostante le paure, perché sono lì per scelta, per responsabilità e per la voglia di vivere in pieno un progetto in cui credono quanto me e il cui seme è ormai diventato qualcosa di concreto. Un seme piantato già nel 2016, al grido di “se non tutto è possibile, molto dell’impossibile lo è” che da allora si è sviluppato in modo sempre più chiaro: competere nelle più importanti regate offshore italiane con almeno metà dell’equipaggio composto da persone con disabilità. La mia poliomielite alla gamba sinistra copre già una percentuale.

L’associazione Diversamente Marinai, di cui sono diventato presidente da poco aveva provato a piantare quel seme, perché in termini di inclusione aveva qualcosa da dire e voleva dirlo sempre più forte.

Ma perché competere? Mi ha sempre affascina to la sua derivazione etimologica “andare verso – incontrarsi”. Se le abilità e le capacità hanno un’accezione individuale, lo sviluppo di competenze passa necessariamente dallo scambio, confronto ed incontro. E perché proprio la vela? Oltre ad essere una grande passione, la vela d’altura è un contesto in cui la disabilità è più che un pesce fuor d’acqua. Però come terreno di incontro e scambio, pochi contesti necessitano di essere inclusivi quanto un equipaggio che si allena e gareggia. L’equipaggio non è altro che un microcosmo, un mondo in miniatura, un acceleratore di tutte quelle dinamiche che ci troviamo a vivere nella vita quotidiana. Rispetto ai rapporti con l’esterno, invece, gli sguardi, la sorpresa, il supporto, la stima, la disapprovazione degli altri partecipanti, dei media, del pubblico ci avevano confermato negli anni di essere sulla strada giusta per scardinare preconcetti importanti. Il lavoro più duro non è tanto sull’acquisizione di abilità, capacità e competenze, ma è sempre stato sulle possibilità: la lotta, perché di questo spesso si tratta, per ottenere spazio, risorse, fiducia. Avere occasioni per imparare e dimostrare di saper fare. Ottenere opportunità come gli altri, alla pari. La strada per aumentare le proprie competenze non è uguale per tutti/e: possibilità e occasioni sono diverse e per chi è diverso spesso mancano proprio. Oppure si restringono, come un imbuto al contrario dove, salendo verso ruoli apicali, all’estremità non passa più niente che non abbia adeguate caratteristiche. Nel nostro caso abbiamo rivendicato quelle possibilità, ce le siamo cercate e create, dal basso e con fatica, consapevoli del nostro ruolo e del nostro obiettivo: creare brecce, abbattere barriere e tracciare quelle rotte che anche altri – speriamo – percorreranno come e meglio di noi. Magari con noi. Sono passati 3 anni da quel varo, in una mattina ventosa a Monfalcone, si sono incrociate le rotte di persone con esperienze e percorsi diversi, ognuno con la sua eccezionalità.

Vaquita, barca oceanica, sicura, veloce, impegnativa, estremamente distinguibile è diventata la nostra barca speciale. Trenta persone tra shoreteam, atleti/e e management hanno lavorato per consentire a un equipaggio inclusivo di confrontarsi alla pari nelle principali regate offshore del Mediterraneo. Un’esperienza incredibile per chi ha partecipato, che ha generato competenze nautiche, organizzative, relazionali, sportive, in certi casi persino professionali. Un’esperienza che ha contribuito a modificare il proprio punto di vista sulle disabilità, anche in chi ci ha incontrato in mare, magari combattendo con noi fino all’ultimo miglio per poi scoprire che a bordo c’erano solo abili marinai e marinaie, capaci, competenti. Tutto il resto, essendo lì per navigare su una barca, non serve e rimane a terra. Dopotutto forse è questo che significa essere competenti: essere visti per quello che si sa fare e non per quello che si è.

Non è andato tutto bene: c’è stata anche la frustrazione di dialogare con istituzioni che dovrebbero soffiare nelle vele di un progetto simile e invece non si interessano ad azioni concrete ed inclusive. Partner e Sponsor che vedono il Different Sailing Team ancora come destinatario di charity e non come un’opportunità di investimento. Buona parte della stampa che pare vergognarsi a dare spazio a qualcosa che è “troppo strano”. Sicuramente è possibile fare di più e meglio e l’autocritica è indispensabile. Sul fronte comunicazione avremmo dovuto essere più attenti: in un’era basata sull’immagine, Crossing Routes che è densa e carica di storie e contenuti poteva e doveva essere capace di attrarre più buona stampa. Da quando ho scelto il mare come stile di vita e lavoro, niente è stato semplice. Spesso per crearmi possibilità ho dovuto utilizzare metodi poco ortodossi, magari anticipare i cambiamenti legislativi e credo di averlo fatto anche questa volta, insieme al mio equipaggio: abbiamo anticipato i tempi, forse persino troppo, dando prova che un’idea così folle si poteva realizzare. E ci siamo riusciti. Concludendo: mi risulta difficile definire la competenza, l’abilità, la capacità, così come i loro opposti. Per quanto mi riguarda sono un po’ come la poesia: non so cosa sia ma quando la vedo la riconosco, e per riuscire a vedere, invito tutti a guardare oltre.

Spread inclusion all around the globe