Marco Mazza

Mi sentivo un privilegiato, e sentivo che stavo sprecando questa fortuna. E’ stato uno dei motivi per cui ho fatto coming out in azienda, ormai molti anni fa. Ero un privilegiato dipendente di una grande multinazionale, e sapevo che sarei stato accolto e non discriminato, valorizzato e non penalizzato. A volte mi ripeto che tutto sommato è stato un piccolo salto nel vuoto lo stesso: e torno con la memoria a quel gennaio lontano, quando la mia foto era apparsa nella seguitissima newsletter aziendale del venerdì e, subito sotto, c’era la frase “Leader del gruppo LGBT di IBM Italia”.
Quel pomeriggio avevo calcolato tutto nei minimi dettagli. Mi ero messo in ferie, avevo spento il cellulare e girovagato senza una meta precisa per le strade di Milano. Ricordo bene quel tempo sospeso, mentre provavo a immaginare le reazioni di chi mi conosceva. E anche di chi non mi conosceva personalmente, e negli anni si era fatto chissà quale idea di me incrociandomi nei corridoi. E in quel momento scopriva una cosa così intima e “mia” con un messaggio di posta elettronica.

Ma poi mi dico “sii onesto e raccontala fino in fondo, questa storia”. E allora eccola, la mia storia: quando ho fatto coming out in azienda ero come un trapezista un po’ impaurito e goffo, è vero, ma dall’alto vedevo sotto di me una rete solida, che mi avrebbe protetto da qualsiasi caduta. IBM era un riparo da qualsiasi tempesta, un luogo accogliente dove i vertici aziendali dicevano a chiare lettere che sarei stato al sicuro, e che mai avrei rischiato di perdere il lavoro.

Marco Mazza

Sapevo anche che dirlo una volta sola non sarebbe bastato. Un nuovo progetto, un nuovo team e sarei stato ancora nella posizione di decidere se fare o meno coming out. Ma quella rete di protezione ci sarebbe sempre stata. Questa consapevolezza era come avere una coperta calda d’inverno, ma allo stesso tempo mi faceva sentire in colpa. “Ti piace vincere facile”, avrebbero potuto dire in tanti. Ragazzi e ragazze, uomini e donne coscienti del fatto che dichiararsi LGBT sul loro posto di lavoro sarebbe stato un pericolo, in molti casi; una discriminazione silenziosa, in altrettanti.
E’ sin troppo semplice vincere, pensavo, quando parti con molti metri di vantaggio e i tuoi compagni di gara sono rallentati dalla paura e dai dubbi.

Il mio sogno è che in futuro nessuno debba più nascondersi, e che le persone non temano più che omofobia, transfobia e ricattabilità possano mandare in frantumi la loro carriera lavorativa e non solo. E’ per questo che ho sentito sin da subito il desiderio di uscire dalla mia bolla di privilegio e provare a comunicare il più possibile col mondo esterno. Con le realtà che stavano già cercando di cambiare le cose sul territorio, ma anche con quelle che non si sono mai interrogate sui vantaggi che la diversity & inclusion potrebbe portare al loro business. Sono ancora convinto che sia sempre utile e importante dare rilievo alle nostre buone pratiche in tema di inclusione, ma questo di per sé non è mai stato sufficiente. Sono solo un primo passo di un percorso molto lungo, e se le aziende virtuose vogliono incidere positivamente devono continuare a“fare sistema”, allearsi, creare sinergie tra gruppi di volontari, dimostrare ogni giorno sul campo quanto la parola “diversità” si leghi alla parola “innovazione”. La diversità LGBT si nasconde facilmente, ma se nessuno ormai può negare che negli ultimi anni anche il mercato si sia accorto di noi in quanto consumatori, quello stesso mercato saprà anche capire che ignorarla o considerarla un fenomeno circoscritto ad alcuni settori specifici è miope.

Spread inclusion all around the globe