“A me non importa che sia un uomo o una donna, bianco o nero, normale o gay o lesbica o quello che vuole, a me importa solo che lavori e che produca.”
Il sacrosanto principio della meritocrazia, sul quale si basa ogni azienda e ogni istituzione. Ogni luogo di lavoro.

Quando poco più di dieci anni fa veniva fondata Parks, la sua missione nella mente di molti sembrava utopica, per non dire distopica. Parlare di lesbiche, gay, transessuali nei luoghi di lavoro! Perché mai? Abbiamo vissuto felicemente per decenni senza parlarne; che bisogno c’è ora di introdurre questo tema. Chi è lesbica o gay, faccia le sue cose a casa sua. Magari la sera, dopo cena.

Quello che è cambiato negli ultimi dieci anni è la consapevolezza individuale e collettiva che non stiamo parlando dello scomodo tema della sessualità – che mette a disaggio molte persone – ma della vita. E la vita non si può fermare davanti ai cancelli della fabbrica o davanti all’ingresso della sede direzionale. La nostra vita, noi la portiamo con noi, fa parte di noi, siamo noi, in ogni momento della nostra giornata.

In questi anni di lavoro in Parks questa è forse la più grande lezione che ho imparato, la più importante nozione che ho fatto mia e che cerco di condividere con chi mi ascolta.
Perché parliamo di questo tema, per molti scomodo, solo ora? Perché è cambiata la società in cui viviamo. La rappresentazione mediatica. Le leggi. Le aspettative dei giovani talenti che bussano alle nostre porte. E noi dobbiamo rispondere a queste aspettative e al cambiamento sociale che stiamo vivendo.
Abbiamo forse capito che essere lesbica o gay o transgender non è una scelta più di quanto non sia la nostra scelta quella di essere cisgender ed eterosessuale. La scelta implica la possibilità di scegliere un’opzione sull’altra. Se scegli in modo sbagliato, te ne assumi le conseguenze. E quando mai, io, uomo eterosessuale, mi sono guardato allo specchio e ho fatto la scelta di esserlo? Essere eterosessuale, intendo.
Trent’anni fa, il primo giorno del mio primo lavoro, mio padre mi diceva “Igor, guarda ed ascolta e cerca di essere come tutti gli altri. Altrimenti, la tua azienda non ti vorrà avere con sé”. Oggi, l’azienda ti vuole per quello che sei. Ti vuole per la tua esperienza di vita, ti vuole per il valore aggiunto che puoi portare. Oggi, sono i nuovi talenti che scelgono noi, le aziende.
E allora io, azienda o istituzione, che cosa devo fare per attrarre questi nuovi talenti che mi permetteranno di crescere? Che cosa devo fare per trattenere chi c’è già, ma ogni mattina all’ingresso si spoglia della sua identità prima di entrare?
Devo creare quell’ambiente di lavoro in cui tutte le persone si sentiranno a proprio aggio per poter esprimere al massimo le proprie potenzialità. Perché questa è la vera ricchezza, per chi ci lavora, per l’azienda, per il sistema. Come lo creo, questo ambiente di lavoro inclusivo e rispettoso? Lavorando sulle norme, sui protocolli, sui processi. Sulla diffusione della cultura di inclusione. Comunicando quello che ho fatto internamente e, se posso farlo, all’esterno.
Ma io, azienda, queste cose le faccio da tempo. Parlo dell’equità di genere, delle disabilità, parlo anche delle culture diverse. Che cosa c’entrano le lesbiche, i gay, i transessuali? Io non parlo mai della mia sessualità, perché dovrei qui impegnare le mie risorse e creare qualcosa che permetta invece a loro di parlare della loro sessualità? Facciano cose loro a casa loro. Magari la sera.
Ma davvero? Ma non è la vita quello di cui stiamo parlando?

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