STILE PURO | Rubrica moda – DISEGNARE PER LE PERSONE

Angela Bianchi

“Il blu è da maschio” disse un padre a una figlia mentre sceglievano una maglietta; lo stesso padre che comprò poco dopo il dvd di Frozen, la cui protagonista non ci risulta sia mai vestita di rosa.
“Il rosa è da femmina!” disse una nonna a un bambino che si era bagnato e avrebbe potuto evitarsi un raffreddore accettando un paio di calzetti rosé.

Io, che nelle palette dei miei clienti e delle mie clienti inserisco decine di sfumature tra il bianco e il nero, basandomi sulla valorizzazione dell’incarnato e della personalità di ognuno, mi sono spesso chiesta, soprattutto da quando al mondo è venuta la mia Giulia, da cosa dipendesse questa dicotomia.
Dicotomia che, se andate a cercare, è piuttosto recente avendo la storia spesso associato il rosa al maschile (per la sua vicinanza al rosso e ai suoi rimandi cruenti e bellicosi) e l’azzurro al femminile (come il velo della Vergine Maria). Di base il significato dei colori è per sua natura genderless e più spesso strumentalizzato per motivi di marketing. Il rosa e il suo messaggio legato alla leggerezza, alla gioia di vivere, alla speranza verso il futuro non dovrebbero essere prerogativa di un solo genere, in egual misura il potere calmante, rassicurante e introspettivo del blu e delle sue sfumature dovrebbe poter entrare, senza indugio, anche nel guardaroba femminile sin dalla più tenera età. Non solo i colori ma anche le forme, i tessuti, gli elementi di costume vengono spesso associati a un genere specifico o addirittura a un orientamento sessuale specifico. Cosa rende un capo maschile? Cosa lo rende femminile? Cosa lo rende neutro?Si sente spesso parlare di crossdressing, pensando erroneamente che chi indossi capi di abbigliamento generalmente associati al sesso opposto sia sicuramente omosessuale. Provate a parlarne con Mark Bryan, ingegnere robotico padre (e già nonno), che oltre a indossare gonne a tubino e Louboutin altissime non crede nel crossdressing “perché, (appunto) gli abiti non hanno genere!”
O confrontatevi con Stefano Ferri, uomo di famiglia come si suol dire, che possiede un guardaroba 100% femminile, e che nel 2015 portò per primo alla ribalta il tema del crossdressing in Italia.
Ma se gli abiti non hanno genere, o meglio, non definiscono il genere, né tantomeno l’orientamento sessuale di chi li indossa, come possiamo vestirci liberamente e perché non siamo liberi di farlo? Dove si acquistano outfit ideati da maison che credano fermamente che i canoni imposti siano roba vecchia e che la libertà di espressione stilistica sia una nuova bellissima frontiera (aperta)?
Grazie anche al lavoro del mio team ho conosciuto brand e piattaforme queer-friendly come Qwearfashion.com che esplora, ad esempio, la bellezza attraverso gli occhi di influencer LGBT+ plus-size dallo stile androgino.
Mi sono innamorata di Rebirth Garments, il brand che celebra la libertà di espressione della propria identità di genere e sessuale, con un focus sui capi adaptive pensati anche per persone con disabilità.
Confido nel fatto che se grandi aziende come Zalando e Urban Decay hanno deciso di diventare sponsor ufficiali di eventi come il London Queer Fashion Show del 2020, la tendenza del mondo della bellezza in tutte le sue forme stia andando verso una direzione più rappresentativa e meno stereotipata di tutta la comunità LGBT+; nella quale la gonna plissettata di pelle e lo smalto sulle unghie per l’uomo e una canotta militare o un paio di bermuda over-size per la donna, non necessariamente ne determinano le preferenze più intime e personali.
Da quando esiste il marketing e le buyer personas, agli imprenditori viene chiesto a chi venderanno i loro prodotti; solitamente le risposte si aprono con “uomo tra i x e y anni” o “donna tra gli x e y anni ”; ma c’è tutto il resto di un mondo che non si riconosce uomo e non si riconosce donna, o si riconosce in entrambi… e non si definisce attraverso il proprio genere.
In ogni caso, la risposta migliore me la diede lei : “Ho visto che i tuoi cappelli sono gender-neutral, corretto?”
Lei (fondatrice di CheekyHats): “Sì lo sono, io disegno per le persone non per i generi.

Spread inclusion all around the globe

Author: administer