Valeria Roberti

Chiunque, dentro o fuori dalla comunità LGBTQI+, ha sentito almeno una volta nella vita la parola frocio usata come offesa; l’espressione non fare la femminuccia; il termine lesbica sussurrato come una diceria; la notizia al telegiornale di qualche travestito ucciso. Le discriminazioni nei confronti delle soggettività LGBTQI+ sono diffuse nella società italiana e sono oggetto di ricerca. I dati più recenti sul fenomeno arrivano dal progetto Hate Crimes No More Italy e sono stati raccolti tra maggio e dicembre 2019, su scala nazionale, attraverso un questionario anonimo online, creato dal Centro Risorse LGBTI e supportato da Ilga Europe. Si tratta di 672 compilazioni che permettono di osservare i crimini d’odio motivati da omobilesbotransfobia basandosi sull’esperienza delle “vittime”.

I dati principali della ricerca: il 42% del campione è costituito da uomini, il 41,8% da donne, il 3,5% da transgender, l’1,7% da uomini trans, l’1,1% da donne trans, l’1,1% da intersessuali, il 4,9% da altro, il 2,6% risponde “non lo so”. Il 41,9% è gay, il 25% lesbica, il 17,4% bisessuale, il 4,7% eterosessuale, mentre il 4,9% non si definisce e il 6,2% si definisce come “altro”. I casi riportati sono avvenuti per quasi il 50% nell’ultimo biennio, e il 26,1% negli ultimi mesi, ma il 56,3% ha dichiarato di aver già subìto altri episodi in passato e di questi il 22,8% da parte degli stessi colpevoli. Molte segnalazioni sono relative a ingiurie o insulti, spesso accompagnate da altri casi: più del 73%. I casi di minaccia sono il 24%. La violenza fisica compare nel 12% delle occorrenze; la molestia sessuale quasi nel 13%, sono segnalati 5 casi di stupro e 14 casi di altre aggressioni sessuali. Il 10,4% del campione dichiara di essere stato seguito. 16 persone sono state imprigionate o soggette a detenzione, 33 hanno subìto il danneggiamento di proprietà personali; al 3% degli intervistati è stato rifiutato l’accesso a servizi sanitari o altri servizi pubblici ; una percentuale simile ha ricevuto un rifiuto all’assunzione o un licenziamento. 7 persone dichiarano di aver subìto un tentato omicidio, in un caso a mano armata. Altrettant* partecipant* hanno visto negarsi l’accesso a servizi commerciali come bar, ristoranti, negozi. A 12 persone è stata negata la protezione da parte delle Forze dell’Ordine.

L’immagine è relativa alle motivazioni dichiarate come scatenanti l’atto discriminatorio. È chiaro che quando si parla di crimini d’odio motivati da orientamento sessuale, identità ed espressione di genere è impossibile scindere queste tre assi identitarie: a scatenare un atto discriminatorio non è solo l’odio verso l’orientamento sessuale ma tutto ciò che differisce dalle norme di genere determinate dal rigido binarismo eteronormativo. Ogni caratteristi- ca che non rientra nelle definizioni è considerata a-normale e può essere oggetto di offese e violenza. L’83,4% delle “vittime” dichiara di non aver segnalato a nessuna realtà istituzionale o non governativa quanto subìto. Il 12,5% ne ha informato associazioni LGBTQI, e solo lo 0,6% a organismi della Pubblica Amministrazione. In particolare sul totale di persone che hanno subìto reati (violenza, stupro, aggressioni con armi, ecc.) il 76,4% non ha denunciato l’accaduto. Le motivazioni che hanno indotto le persone a non segnalare alle Forze dell’Ordine quanto accaduto sono: l’idea che quanto subìto non fosse reato, la convinzione che non si sarebbero presi provvedimenti per evitare che accadesse ancora, la paura di attirare su di sé l’attenzione dando visibilità all’accaduto e provocare così ulteriori conseguenze. Questo aspetto è rilevante se si considera che il 21,4% degli episodi è riferibile a gruppi organizzati riconoscibili, formali o informali. Nel 9,4% dei casi chi ha agito faceva parte della famiglia (di questi, in particolare, i genitori nel 63,8%).

Allargando lo sguardo al contesto europeo è fondamentale avvalersi del lavoro di Ilga Europe e della Rainbow Europe Map, uno strumento di Benchmarking realizzato annualmente che esamina le leggi e le policy di 49 paesi pan-europei secondo 69 criteri divisi in sei categorie tematiche: uguaglianza e non-discriminazione, famiglia, crimini d’odio e discorsi d’odio, riconoscimento del genere di elezione e integrità dei corpi, società civile e procedure d’asilo. I dati principali emersi nel 2020 sono: Malta è il paese che per il quinto anno di fila si aggiudica il primo posto, seguito dal Belgio e dal Lussemburgo. All’opposto della classifica i paesi con il peggior risultato sono Azerbaijan, Turchia e Armenia.
Molti paesi hanno visto un’evidente variazione del proprio punteggio, sia in meglio che in peggio: è un momento chiave per il movimento LGBTQI+, gli stati impegnati a favore della comunità continuano a passo deciso, confermando l’importanza di includere e tutelare le diversità. Gli Stati che si dichiarano “anti-gay” procedono nel loro percorso di osteggiare la comunità e di mettere in fondo alla scala delle priorità gli interventi legislativi su questi temi. Unico tratto in comune a tutti gli Stati è la rilevanza della tematica trans: dalle leggi relative alla modifica dei documenti, alle procedure sanitarie, la comunità trans è in prima linea per vedere riconosciuti i propri diritti, finendo, sfortunatamente, nel mirino di quegli Stati in cui queste battaglie non sono sinonimo di progresso. L’Italia, secondo la valutazione di Ilga Europe, si trova alla 35° posizione con 23 punti acquisiti, una in meno dello scorso anno, dietro a Ungheria, Serbia e Albania.
Questa posizione è determinata anche dall’assenza di una legge nazionale che tuteli le soggettività LGBTQI+ in maniera esplicita. Il disegno di legge “Zan” per il contrasto all’omobilesbotransfobia, che vedrebbe estese alla legge Mancino le motivazioni dei crimini d’odio omotransfobia, misoginia e abilismo è stata approvata alla Camera in 4 novembre (dopo una discussione iniziata ad agosto) e deve ancora essere discussa in Senato.
La strada per l’uguaglianza sembra ancora lunga sia in Italia che in molti paesi d’Europa.

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